venerdì 30 settembre 2011

19401208 Colazza, La ricerca dell'Io

GIOVANNI COLAZZA – LA RICERCA DELL’IO
Milano, 8 dicembre 1940
 Letto e meditato il 30 settembre 2011

(appunti da conferenza non rivisti dall'Autore)

E' bene riparlare di cose già note, per osservarle alla luce di una maggiore maturità. Quando si rivive un'idea dopo un certo tempo, si scopre che la coscienza ha fatto un passo avanti, è giunta a una visione più chiara, ad una determinazione più forte. In que­sto spirito parleremo oggi della ricerca dell'Io nel periodo dell'anima cosciente. Sappiamo tutti che in ogni fase della civiltà l'uomo ha un diverso rapporto con il suo Io. In tempi lontani, l'uomo poteva ascoltare nella sua interiorità la voce degli esseri spirituali, riconosceva nel suo intimo la manifestazione delle forze divine e gli impulsi di volontà ispirati dalle entità superiori che agivano in lui. Ora invece l'Io si è reso indipendente dal Mondo spirituale, è disceso completamente nel suo essere terreno, si è immerso nel corpo fisico, nel corpo eterico e nel corpo astrale e, pressoché identificatosi in questo involucro, ne trae le forze per condurre la sua autonoma esistenza.
Osserviamo la composizione di questa veste corporea, in cui abita l'Io. Il corpo fisico ha una sua autonomia, vive per se stesso, anche se si appoggia alle forze eteriche che lo permeano. L'astrale tende invece a colmare l'intera entità umana e ad assorbirne l'atti­vità: con l'aiuto delle forze ostacolatrici la compenetra, pregiudicando l'autonomia dell'Io. L'Io si muove nel mondo immerso nei suoi involucri corporei, e tende a congiungere il suo essere interiore col mondo attraverso la corrente della vita e delle passioni.
In questo campo, chi segue la Via dello Spirito si trova in una posizione speciale e privilegiata. Un uomo comune, se riflette sulla sua vita, si sente come uno straniero nel mondo, stretto da un insieme di fenomeni estranei e quasi ostili, schiacciato da un'immensità cosmica che non può comprendere. Di fronte alla distesa dello spazio e al firmamento, con i suoi mondi ignoti che nella loro immensità sembrano non avere alcun rapporto con lui, l'uomo si vede rimpicciolito e senza valore: nel breve periodo fra nascita e morte si sente nel mondo come imprigionato da forze ignote e sa che in un tempo così limitato non avrà modo di sviluppare la sua entità più profonda. Al massimo, se credente, può riconoscere di avere in sé un'anima, ma anche da questa si sente continuamente tradito, perché dalle sue ignote profondità affiorano passioni e desideri, esplodono tempeste di cui non conosce le origini. Se vuole acquisire coscienza della propria entità, l'uomo non può sottrarsi a un senso di avvilimento e di umiliazione, paragonando la propria piccolezza al Cosmo sconosciuto che gli viene presentato dalla scienza moderna.
Diversa è la posizione del discepolo. Quando guarda il cielo, egli sa che le forze delle stelle agiscono anche in lui, che tutto lo Zodiaco opera a formare il suo corpo, che i pianeti sono in relazione vivente con il suo essere, che dietro al mondo fisico-sensibile è lo Spirito. Sa che il suo corpo fisico non è un semplice peso morto, perché è stato formato attraverso una lunga evoluzione che viene da epoche lontane, attraverso le fasi planetarie che precedono quella attuale: sa che nel suo corpo vi è tuttora una parte di puro calore nata dall'antico Saturno, una parte aeriforme generata dall'antico Sole, una parte liquida retaggio dell'antica Luna, mentre la parte solida è sorta sulla Terra in cui viviamo. L'uomo può sentire tutta l'evoluzione planetaria nel suo corpo fisico, che è stato elaborato in ere cosmiche successive, e si è gradualmente solidificato nella sua discesa verso la materia terrestre.
Il corpo fisico è dunque un dono delle Gerarchie, che in tempi diversi hanno anche dato all'entità umana un corpo eterico, un corpo astrale e infine l'Io. In questi arti del suo essere, l'uomo può avvertire la presenza costante degli Spiriti superiori che li hanno formati e in ogni momento, soffermandosi a meditare, può mettersi in rapporto con il Cosmo e sentirsi vivere in unione con le Gerarchie. Chi segue la Via dello Spirito sa che ha ricevuto in dono questi corpi, involucri del suo Io, dai quali può prendere forze viventi per il suo lavoro di trasformazione ed evoluzione interiore. Egli deve cercare di realizzate queste sue conoscenze in un quadro vivente. La Scienza dello Spirito, infatti, invece di esporre una dottrina — come avviene in altri campi del sapere umano — suscita immagini vive che sviluppano, di per se stesse, forze di evoluzione e di trasformazione. Così, chi riesca a percepire in sé l'operare delle Gerarchie che hanno contribuito e lavorano tuttora alla sua formazione umana, risveglia la coscienza di quanto vive nel suo essere, e si congiunge alle superiori forze dello Spirito in una relazione attiva: ritrova, allora, il suo passato cosmico, racchiuso nella sua entità presente, e superando i limiti del tempo e dello spazio, vede sorgere l'alba di una esperienza spirituale.
Chi formi questo quadro d'insieme e lo faccia vivere in sé, sviluppa forze viventi e muove un passo verso l'illuminazione della coscienza: così la Scienza dello Spirito, seguita in modo giusto, tra­sforma l'essere umano, lo guida all'esperienza spirituale, lo conduce alla soglia dei mondi superiori. Ma, purtroppo, la nostra attività quotidiana nel mondo esterno resta ancora separata da questa possibilità di vita interiore, e ben lontana dalla capacità di cogliere e realizzare il mondo dello Spirito. Di questa grande esperienza cosmica, che ognuno potrebbe vivere in se stesso, non si vedono in noi e nelle nostre azioni che poche tracce, e spesso non se ne avverte nemmeno la presenza.
Qui tocchiamo problemi di psicologia che ci riguardano direttamente. E in questo campo, sia pure a tentoni e spesso deviando, la scienza psicologica moderna ha presentito qualche profonda verità. Così essa ci dice che nell'essere umano esistono i cosiddetti «complessi», centri di forze psichiche dotati di vita propria, zone separate della coscienza capaci di vitalità autonoma, in grado quindi di sottrarsi al controllo cosciente dell'Io.
Per cogliere bene questo punto occorre una dimostrazione forse un po' schematica. Come abbiamo visto, nell'essere umano sono presenti il corpo fisico, l'eterico, l'astrale e l'Io, che non vivono separati ma si compenetrano. Ora, quando un oggetto esterno col­pisce la nostra attenzione, attraverso gli organi fisici sorge un'impressione che si sviluppa come sensazione nell'eterico, diventa percezione nell'astrale, sale fino all'Io. L'immagine percettiva porta al risveglio delle forze della memoria. Se, per esempio, vediamo un oggetto, cerchiamo subito di paragonarlo ad altri oggetti già visti, di renderlo in questo modo riconoscibile. Da quanto ci ha spiegato Rudolf Steiner, sappiamo che il risveglio della memoria avviene nella zona tra l'eterico e l'astrale, e sappiamo anche che l'associazione di percezioni è diversa dalla vera e propria memoria: alla prima giungono anche gli animali, la seconda è possibile soltanto all'uomo.
Così, attraverso la memoria, riconduciamo un oggetto, una esperienza del mondo esterno, ad altre esperienze precedenti. Immediatamente da questa zona della nostra anima, si svolge una reazione che muove dall'interno verso l'esterno. Cerchiamo di comprendere come proceda questa reazione. Nell'essere umano si manifesta la tendenza a riunire le esperienze in gruppi similari e a reagire di fronte ad ogni situazione quasi automaticamente, come già in precedenza. Vediamo quindi che, anche se nella coscienza sono entrate esperienze nuove che avrebbero dovuto modificare le abituali reazioni, le forze dei complessi, radicate nella memoria, portano ad agire come in passato. Notiamo qui, nell'anima umana, qualcosa che tende ad annullare ogni nuovo sviluppo. Può accadere così che si ripetano esperienze in fondo già superate, e che si commettano di fronte ad esse gli stessi errori compiuti in passato e già riconosciuti come tali alla luce della coscienza.
Questo avviene a causa di «complessi» di cui non riusciamo a liberarci. E' una schiavitù che nel campo psico-patologico può portare a situazioni a volte tragiche, a volte ridicole, e che si rispecchia anche nella realtà della vita quotidiana. E' facile notare — per esempio — che se un uomo è stato per anni in condizioni poco agiate e si è poi arricchito, quando dovrà comprare qualcosa sarà ripreso da quel senso di paura di spendere che è il residuo delle sue passate esperienze.
Tutti abbiamo in noi sentimenti radicati che, nati in una certa forma, continuano a sopravvivere benché sussistano ormai tutti i presupposti per superarli. Questo ci accade perché non riusciamo ad attivare in questa direzione il controllo della coscienza: sappiamo che certe cose non hanno alcun valore, eppure esse hanno ancora la forza di farci perdere l'equilibrio interiore. Ci abbandoniamo così a reazioni che in realtà ripugnano alla nostra coscienza, ma che al momento non riusciamo a dominare: e questo, nell'esperienza giornaliera, accade a tutti.
Ora, Rudolf Steiner conosceva questi stati dell'anima, e ci ha dato i mezzi per superare i «complessi», per lottare contro le forze interne che forniscono all'elemento arimanico ed a quello luciferico il loro campo d'azione. Tutti certamente conosciamo questi consigli, ma spesso non ne valutiamo la potenza reale e l'enorme importanza. Steiner ci suggerisce, innanzitutto, di prendere, per la concentrazione, un pensiero che non ci interessi in modo speciale, un pensiero che non ci piaccia, preso a caso, che non susciti in noi alcuna reazione d’interesse. Questo pensiero deve essere tenuto fisso dinanzi all'anima con tutte le forze, con un attivo sforzo co­sciente: allora, se si riesce a farlo realmente, si libera il pensare dai «complessi animici», poiché il pensare forte non è quello che suscita in noi una reazione forte e inconsapevole, bensì quello che noi vogliamo sia forte per un cosciente atto di volontà.
Si giunge così alla liberazione del pensiero.
Un altro esercizio che tutti conoscono è quello di proporsi un gesto o un'azione che sia semplice e non susciti alcuna reazione piacevole e alcun personale interesse. Ma, dopo aver deciso quest'atto, bisogna compierlo ad ogni costo. Si giunge così ad impegnare la volontà per propria libera decisione. Mentre prima si agiva per istinto, ora s’immette nel proprio essere un atto di puro volere. Non ci si abbandona a una reazione della volontà per un momentaneo impulso, ma si crea in precedenza un'attitudine della volontà che non si sviluppa immediatamente nell'azione, ma si muove solo nel momento in cui si è deciso di muoverla.
Se si vuoi fare una cosa e la si fa, la volontà si esaurisce nel­l'azione compiuta. Se invece si decide di eseguire un'azione dopo un giorno, si resta in un'attitudine volitiva latente che impregna l'essere per tutto il tempo, sviluppando la volontà in modo speciale. Questo esercizio va compiuto per alcune settimane, e chi lo esegue in modo giusto lavora a liberare la volontà: essa non si esaurisce più in un atto di reazione inconsapevole, ma si trasforma in un impulso che viene dall'Io.
Si giunge così alla liberazione della volontà.
Naturalmente, non è necessario descrivere questi esercizi che sono ben noti: osserviamo invece i risultati, gli effetti che essi raggiungono, il modo in cui operano per trasformare la vita del­l'anima. Un altro esercizio, quello della «equanimità», tende a dominare il piacere e il dolore, a conseguire uno stato di equilibrio in cui questi sentimenti non sorgano automaticamente e non abbiano la forza di impadronirsi dell'anima. Quando sorge una sensazione che dovrebbe suscitare piacere si deve essere in grado di arrestarla, di tenerla dinanzi a sé come una realtà oggettiva per decidere se accettarla o respingerla. Così anche per il dolore: quando avviene qualcosa che ferisce i desideri e colpisce come un urto, bisogna riuscire a fermare la reazione dolorosa e imporsi di pensare ad altro. Più tardi, conservando l'equilibrio interiore, si potrà riesaminare la reazione spiacevole, riceverla solo quando si è deciso di accoglierla, e cercare in essa quanto può essere utile all'evoluzione dell'anima.
In questo modo si possono raggiungere risultati di grande importanza. Abbiamo visto quello che accade quando un’impressione giunge dall'esterno attraverso gli organi fisici e risveglia le forze della memoria. Ebbene, se in passato una certa esperienza aveva suscitato piacere o dolore, insieme al ricordo del fatto la memoria risveglia automaticamente anche il sentimento che si era unito a esso, fa rivivere il complesso psichico che si era conservato nell'in­timo, e la reazione dell'anima ne viene immediatamente colorata. Se invece si consegue l'«equanimità», nel campo dei sentimenti non si verificano più reazioni automatiche prodotte da residui del passato, ma di volta in volta, di fronte ad ogni singola esperienza, sorge una libera attitudine del sentire ed i fatti vengono vagliati nel loro significato, in relazione al presente.
Con questo metodo si giunge quindi alla liberazione del sentimento.
Sul successivo esercizio, quello della «positività», è sorto qualche malinteso. In realtà si tratta soltanto di proporsi, per un certo periodo, di osservare nella realtà esterna quanto vi è di posi­tivo, di cercare il lato migliore di ogni essere e di ogni oggetto, di non fermarsi agli aspetti negativi delle cose e dei fatti, di cogliere il bello e trascurare il brutto. E si ricorderà, a questo riguardo, la leggenda citata da Rudolf Steiner, in cui il Cristo, di fronte alla misera spoglia di un cane, guarda e ammira i bei denti.
Qui non si consiglia — è chiaro — di andare per il mondo come sciocchi ottimisti, di vedere tutto rosa e di cadere in ogni buca e in ogni trappola della vita, o di costruirsi una falsa visione del­l'esistenza. Si tratta invece di acquisire, per un certo periodo, la facoltà di vedere le cose positivamente. Il lato positivo è quello che ci avvicina all'Io. Il vero Io, infatti, è di natura spirituale e quindi non può vedere negativamente la realtà perché lo Spirito è costruttore e creativo. Le valutazioni negative delle cose e dei fatti vengono dalle attitudini che si sono formate nelle passate esperienze. Bisogna quindi liberarsi dai preconcetti e imparare a non giudicare secondo le etichette già collocate dovunque. Le abitudini del passato, l'educazione ricevuta, i rapporti intrecciati durante la giovinezza e le finalità seguite in quegli anni, creano la tendenza a considerare persone e cose secondo schemi fissi. Molti giudizi si dovrebbero rivedere alla luce della Scienza dello Spirito, ma essi sono forti e radicati nell'anima, e non permettono che nuova luce vi penetri.
L'esercizio della positività ci libera da questa schiavitù, e ci permette di osservare in modo nuovo la realtà del mondo. Poco a poco si può arrivare a sentire qualche indizio del karma. Questo avviene perché le attitudini positive sviluppano le qualità che avvicinano alla comprensione altrui. Un giudizio favorevole porta luce su quel che vive di buono in un essere umano, svela le forze che impediscono al suo lato migliore di prendere il sopravvento, mostra il peso che non gli consente di muoversi verso il bene. Così ci si avvicina alla comprensione degli altri, e si giunge gradualmente alla liberazione del giudizio.
Molto importante è anche l'esercizio della «spregiudicatezza», che ha punti di contatto con quello della positività, pur non identificandosi con esso. Qui si tratta di non accettare alcuna idea o giudizio come se fosse definitivamente acquisito, e di portare tutto alla piena luce della coscienza. Se qualcuno pronuncia una frase già udita altre volte, dobbiamo esaminarla come se per noi fosse completamente nuova, cercando di vedere se questa volta si mostra sotto un aspetto diverso e ci rivela qualcosa che non avevamo afferrato prima. Si possono cogliere, così, i mutamenti avvenuti nella nostra interiorità, si può capire se abbiamo acquisito una qualità migliore, una comprensione più profonda, si può misurare, in modo attivo e cosciente, il progresso compiuto per la conoscenza del mondo.
La memoria si purifica, viene gradualmente obiettivata. Chi, osservando un fatto, dice «a priori» che gli è già noto, attribuisce a esso un contenuto della memoria senza alcun raffronto immediato. Chi, di fronte ad un'affermazione altrui dice «l'ho già udita», si preclude la capacità di esprimere un giudizio attuale e reale. Chi dice «voglio esaminare tutto questo a nuovo», mette invece oggettivamente a confronto la percezione attuale con quella passata, e la riesamina con le sue nuove facoltà di giudizio. In tal modo vede il punto da cui proviene il contenuto della memoria, percorre la via dei ricordi e li trasforma in dati oggettivi, risale il corso della vita e può giungere al punto in cui non ha dinanzi a sé il vuoto ma quanto, come essere reale, vive al centro della memoria stessa: l'Io, quale ha intrapreso questa esistenza, venendo da incarnazioni precedenti. L'Io si scioglie dai lacci della memoria: essa non è più un cimitero, un campo chiuso, ma un terreno che si può osservare obiettivamente, e liberamente esplorare e percorrere.
Si giunge così alla liberazione della memoria.
Se si eseguono questi esercizi nell'intimo e si continua a metterli in pratica, i loro effetti crescono e assumono grande importanza. Questo voleva soprattutto Rudolf Steiner, che non teneva solo a darci un insegnamento teorico, ma cercava di aiutarci a realizzare una superiore forma di coscienza e ad acquisire la capacità di pensare — e poi di agire nel mondo esterno — liberi dall'in­flusso delle forze aromatiche e luciferiche. Certo, si tratta di un compito arduo, ed è difficile persino sentirsene degni. Eppure, non bisogna tralasciare nessuno sforzo per seguire e realizzare la Scienza dello Spirito. E' vero che l'Iniziazione è una méta lontana verso la quale si può soltanto tendere, ma per chi vuole seriamente operare non c'è un giorno che non possa segnare un passo verso la conoscenza superiore.
Abbiamo visto che ogni essere umano porta nella sua interiorità tutto il passato cosmico, ed ha la possibilità di farlo affiorare dinanzi alla coscienza e riviverlo. Ma in lui non c'è soltanto il frutto dell'evoluzione passata, c'è anche il germe di quella ventura. La coscienza umana può realizzare fin da ora le condizioni future del Cosmo: non vi è in essa soltanto il risultato di quanto è sorto dal­l'evoluzione saturnia, solare, lunare e terrestre, ma vi è anche la possibilità di cominciare a far vivere quanto verrà dal futuro stato di Giove. Infatti, se l'uomo si libera dall'influenza di Lucifero e di Arimane, può avviarsi a realizzare il Sé spirituale.
Il primo passo sulla via dell'evoluzione interiore è un senso di fiducia in se stessi, poiché si può mancare non solo per orgoglio ma anche per un senso di umiltà fuori posto. Si può non credere in se stessi e pensare, in questo falso stato d'animo, che il compito dell'evoluzione sia riservato a pochi privilegiati: questo sarebbe un grave errore, perché il lavoro interiore sulla propria individualità può essere compiuto da chiunque voglia seguire l'insegnamento della Scienza dello Spirito. Ogni uomo può risvegliare in sé il senso del Cosmo, può imparare a sentire che la storia cosmica si realizza nella sua entità umana. Ma per procedere in questa direzione non basta che si apprendano le nozioni e le conoscenze date dalla Scienza dello Spirito; occorre un quotidiano lavoro fatto su se stessi: un lavoro che liberi la coscienza e l'avvicini gradualmente alla luce dello Spirito.
Questo lavoro si compie in ogni minuto, accogliendo dall'esperienza quotidiana quell'incitamento, quell'impulso all'evoluzione che spesso non viene avvertito e compreso. Gradualmente, bisogna giungere a una immagine chiara e precisa del peso reale che Arimane e Lucifero esercitano sugli esseri umani, bisogna misurare il loro potere, seguire la loro azione, e osservare noi stessi nel nostro oscillare tra l'uno e l'altro. Nella vita quotidiana non si deve tendere alla perfezione, ma bisogna operare per raggiungere una chiara coscienza interiore. Proporsi la perfezione come méta porta facilmente allo sconforto, mentre nello sforzo continuo di illuminare la propria coscienza ci si pone dinanzi a se stessi e si possono vedere i propri limiti, ma anche la trasformazione che lentamente si compie e fa dell'entità umana uno strumento delle forze spirituali. Realizzando in sé l'opera delle Gerarchie, l'uomo agisce sulla propria anima e la rende simile a uno specchio sempre più lucido in cui si riflette il mondo dello Spirito. E anche chi dal destino non è chiamato a porgere ad altri l'insegnamento spirituale, a diffonderlo nel mondo, vedrà sorgere in sé una luce che darà i suoi frutti: creerà un'armonia di forze spirituali, risveglierà un desiderio di conoscenza e di comprensione per la Scienza dello Spirito, in qualunque ambiente si trovi.

Giovanni Colazza



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