venerdì 30 settembre 2011

19401208 Colazza, La ricerca dell'Io

GIOVANNI COLAZZA – LA RICERCA DELL’IO
Milano, 8 dicembre 1940
 Letto e meditato il 30 settembre 2011

(appunti da conferenza non rivisti dall'Autore)

E' bene riparlare di cose già note, per osservarle alla luce di una maggiore maturità. Quando si rivive un'idea dopo un certo tempo, si scopre che la coscienza ha fatto un passo avanti, è giunta a una visione più chiara, ad una determinazione più forte. In que­sto spirito parleremo oggi della ricerca dell'Io nel periodo dell'anima cosciente. Sappiamo tutti che in ogni fase della civiltà l'uomo ha un diverso rapporto con il suo Io. In tempi lontani, l'uomo poteva ascoltare nella sua interiorità la voce degli esseri spirituali, riconosceva nel suo intimo la manifestazione delle forze divine e gli impulsi di volontà ispirati dalle entità superiori che agivano in lui. Ora invece l'Io si è reso indipendente dal Mondo spirituale, è disceso completamente nel suo essere terreno, si è immerso nel corpo fisico, nel corpo eterico e nel corpo astrale e, pressoché identificatosi in questo involucro, ne trae le forze per condurre la sua autonoma esistenza.
Osserviamo la composizione di questa veste corporea, in cui abita l'Io. Il corpo fisico ha una sua autonomia, vive per se stesso, anche se si appoggia alle forze eteriche che lo permeano. L'astrale tende invece a colmare l'intera entità umana e ad assorbirne l'atti­vità: con l'aiuto delle forze ostacolatrici la compenetra, pregiudicando l'autonomia dell'Io. L'Io si muove nel mondo immerso nei suoi involucri corporei, e tende a congiungere il suo essere interiore col mondo attraverso la corrente della vita e delle passioni.
In questo campo, chi segue la Via dello Spirito si trova in una posizione speciale e privilegiata. Un uomo comune, se riflette sulla sua vita, si sente come uno straniero nel mondo, stretto da un insieme di fenomeni estranei e quasi ostili, schiacciato da un'immensità cosmica che non può comprendere. Di fronte alla distesa dello spazio e al firmamento, con i suoi mondi ignoti che nella loro immensità sembrano non avere alcun rapporto con lui, l'uomo si vede rimpicciolito e senza valore: nel breve periodo fra nascita e morte si sente nel mondo come imprigionato da forze ignote e sa che in un tempo così limitato non avrà modo di sviluppare la sua entità più profonda. Al massimo, se credente, può riconoscere di avere in sé un'anima, ma anche da questa si sente continuamente tradito, perché dalle sue ignote profondità affiorano passioni e desideri, esplodono tempeste di cui non conosce le origini. Se vuole acquisire coscienza della propria entità, l'uomo non può sottrarsi a un senso di avvilimento e di umiliazione, paragonando la propria piccolezza al Cosmo sconosciuto che gli viene presentato dalla scienza moderna.
Diversa è la posizione del discepolo. Quando guarda il cielo, egli sa che le forze delle stelle agiscono anche in lui, che tutto lo Zodiaco opera a formare il suo corpo, che i pianeti sono in relazione vivente con il suo essere, che dietro al mondo fisico-sensibile è lo Spirito. Sa che il suo corpo fisico non è un semplice peso morto, perché è stato formato attraverso una lunga evoluzione che viene da epoche lontane, attraverso le fasi planetarie che precedono quella attuale: sa che nel suo corpo vi è tuttora una parte di puro calore nata dall'antico Saturno, una parte aeriforme generata dall'antico Sole, una parte liquida retaggio dell'antica Luna, mentre la parte solida è sorta sulla Terra in cui viviamo. L'uomo può sentire tutta l'evoluzione planetaria nel suo corpo fisico, che è stato elaborato in ere cosmiche successive, e si è gradualmente solidificato nella sua discesa verso la materia terrestre.
Il corpo fisico è dunque un dono delle Gerarchie, che in tempi diversi hanno anche dato all'entità umana un corpo eterico, un corpo astrale e infine l'Io. In questi arti del suo essere, l'uomo può avvertire la presenza costante degli Spiriti superiori che li hanno formati e in ogni momento, soffermandosi a meditare, può mettersi in rapporto con il Cosmo e sentirsi vivere in unione con le Gerarchie. Chi segue la Via dello Spirito sa che ha ricevuto in dono questi corpi, involucri del suo Io, dai quali può prendere forze viventi per il suo lavoro di trasformazione ed evoluzione interiore. Egli deve cercare di realizzate queste sue conoscenze in un quadro vivente. La Scienza dello Spirito, infatti, invece di esporre una dottrina — come avviene in altri campi del sapere umano — suscita immagini vive che sviluppano, di per se stesse, forze di evoluzione e di trasformazione. Così, chi riesca a percepire in sé l'operare delle Gerarchie che hanno contribuito e lavorano tuttora alla sua formazione umana, risveglia la coscienza di quanto vive nel suo essere, e si congiunge alle superiori forze dello Spirito in una relazione attiva: ritrova, allora, il suo passato cosmico, racchiuso nella sua entità presente, e superando i limiti del tempo e dello spazio, vede sorgere l'alba di una esperienza spirituale.
Chi formi questo quadro d'insieme e lo faccia vivere in sé, sviluppa forze viventi e muove un passo verso l'illuminazione della coscienza: così la Scienza dello Spirito, seguita in modo giusto, tra­sforma l'essere umano, lo guida all'esperienza spirituale, lo conduce alla soglia dei mondi superiori. Ma, purtroppo, la nostra attività quotidiana nel mondo esterno resta ancora separata da questa possibilità di vita interiore, e ben lontana dalla capacità di cogliere e realizzare il mondo dello Spirito. Di questa grande esperienza cosmica, che ognuno potrebbe vivere in se stesso, non si vedono in noi e nelle nostre azioni che poche tracce, e spesso non se ne avverte nemmeno la presenza.
Qui tocchiamo problemi di psicologia che ci riguardano direttamente. E in questo campo, sia pure a tentoni e spesso deviando, la scienza psicologica moderna ha presentito qualche profonda verità. Così essa ci dice che nell'essere umano esistono i cosiddetti «complessi», centri di forze psichiche dotati di vita propria, zone separate della coscienza capaci di vitalità autonoma, in grado quindi di sottrarsi al controllo cosciente dell'Io.
Per cogliere bene questo punto occorre una dimostrazione forse un po' schematica. Come abbiamo visto, nell'essere umano sono presenti il corpo fisico, l'eterico, l'astrale e l'Io, che non vivono separati ma si compenetrano. Ora, quando un oggetto esterno col­pisce la nostra attenzione, attraverso gli organi fisici sorge un'impressione che si sviluppa come sensazione nell'eterico, diventa percezione nell'astrale, sale fino all'Io. L'immagine percettiva porta al risveglio delle forze della memoria. Se, per esempio, vediamo un oggetto, cerchiamo subito di paragonarlo ad altri oggetti già visti, di renderlo in questo modo riconoscibile. Da quanto ci ha spiegato Rudolf Steiner, sappiamo che il risveglio della memoria avviene nella zona tra l'eterico e l'astrale, e sappiamo anche che l'associazione di percezioni è diversa dalla vera e propria memoria: alla prima giungono anche gli animali, la seconda è possibile soltanto all'uomo.
Così, attraverso la memoria, riconduciamo un oggetto, una esperienza del mondo esterno, ad altre esperienze precedenti. Immediatamente da questa zona della nostra anima, si svolge una reazione che muove dall'interno verso l'esterno. Cerchiamo di comprendere come proceda questa reazione. Nell'essere umano si manifesta la tendenza a riunire le esperienze in gruppi similari e a reagire di fronte ad ogni situazione quasi automaticamente, come già in precedenza. Vediamo quindi che, anche se nella coscienza sono entrate esperienze nuove che avrebbero dovuto modificare le abituali reazioni, le forze dei complessi, radicate nella memoria, portano ad agire come in passato. Notiamo qui, nell'anima umana, qualcosa che tende ad annullare ogni nuovo sviluppo. Può accadere così che si ripetano esperienze in fondo già superate, e che si commettano di fronte ad esse gli stessi errori compiuti in passato e già riconosciuti come tali alla luce della coscienza.
Questo avviene a causa di «complessi» di cui non riusciamo a liberarci. E' una schiavitù che nel campo psico-patologico può portare a situazioni a volte tragiche, a volte ridicole, e che si rispecchia anche nella realtà della vita quotidiana. E' facile notare — per esempio — che se un uomo è stato per anni in condizioni poco agiate e si è poi arricchito, quando dovrà comprare qualcosa sarà ripreso da quel senso di paura di spendere che è il residuo delle sue passate esperienze.
Tutti abbiamo in noi sentimenti radicati che, nati in una certa forma, continuano a sopravvivere benché sussistano ormai tutti i presupposti per superarli. Questo ci accade perché non riusciamo ad attivare in questa direzione il controllo della coscienza: sappiamo che certe cose non hanno alcun valore, eppure esse hanno ancora la forza di farci perdere l'equilibrio interiore. Ci abbandoniamo così a reazioni che in realtà ripugnano alla nostra coscienza, ma che al momento non riusciamo a dominare: e questo, nell'esperienza giornaliera, accade a tutti.
Ora, Rudolf Steiner conosceva questi stati dell'anima, e ci ha dato i mezzi per superare i «complessi», per lottare contro le forze interne che forniscono all'elemento arimanico ed a quello luciferico il loro campo d'azione. Tutti certamente conosciamo questi consigli, ma spesso non ne valutiamo la potenza reale e l'enorme importanza. Steiner ci suggerisce, innanzitutto, di prendere, per la concentrazione, un pensiero che non ci interessi in modo speciale, un pensiero che non ci piaccia, preso a caso, che non susciti in noi alcuna reazione d’interesse. Questo pensiero deve essere tenuto fisso dinanzi all'anima con tutte le forze, con un attivo sforzo co­sciente: allora, se si riesce a farlo realmente, si libera il pensare dai «complessi animici», poiché il pensare forte non è quello che suscita in noi una reazione forte e inconsapevole, bensì quello che noi vogliamo sia forte per un cosciente atto di volontà.
Si giunge così alla liberazione del pensiero.
Un altro esercizio che tutti conoscono è quello di proporsi un gesto o un'azione che sia semplice e non susciti alcuna reazione piacevole e alcun personale interesse. Ma, dopo aver deciso quest'atto, bisogna compierlo ad ogni costo. Si giunge così ad impegnare la volontà per propria libera decisione. Mentre prima si agiva per istinto, ora s’immette nel proprio essere un atto di puro volere. Non ci si abbandona a una reazione della volontà per un momentaneo impulso, ma si crea in precedenza un'attitudine della volontà che non si sviluppa immediatamente nell'azione, ma si muove solo nel momento in cui si è deciso di muoverla.
Se si vuoi fare una cosa e la si fa, la volontà si esaurisce nel­l'azione compiuta. Se invece si decide di eseguire un'azione dopo un giorno, si resta in un'attitudine volitiva latente che impregna l'essere per tutto il tempo, sviluppando la volontà in modo speciale. Questo esercizio va compiuto per alcune settimane, e chi lo esegue in modo giusto lavora a liberare la volontà: essa non si esaurisce più in un atto di reazione inconsapevole, ma si trasforma in un impulso che viene dall'Io.
Si giunge così alla liberazione della volontà.
Naturalmente, non è necessario descrivere questi esercizi che sono ben noti: osserviamo invece i risultati, gli effetti che essi raggiungono, il modo in cui operano per trasformare la vita del­l'anima. Un altro esercizio, quello della «equanimità», tende a dominare il piacere e il dolore, a conseguire uno stato di equilibrio in cui questi sentimenti non sorgano automaticamente e non abbiano la forza di impadronirsi dell'anima. Quando sorge una sensazione che dovrebbe suscitare piacere si deve essere in grado di arrestarla, di tenerla dinanzi a sé come una realtà oggettiva per decidere se accettarla o respingerla. Così anche per il dolore: quando avviene qualcosa che ferisce i desideri e colpisce come un urto, bisogna riuscire a fermare la reazione dolorosa e imporsi di pensare ad altro. Più tardi, conservando l'equilibrio interiore, si potrà riesaminare la reazione spiacevole, riceverla solo quando si è deciso di accoglierla, e cercare in essa quanto può essere utile all'evoluzione dell'anima.
In questo modo si possono raggiungere risultati di grande importanza. Abbiamo visto quello che accade quando un’impressione giunge dall'esterno attraverso gli organi fisici e risveglia le forze della memoria. Ebbene, se in passato una certa esperienza aveva suscitato piacere o dolore, insieme al ricordo del fatto la memoria risveglia automaticamente anche il sentimento che si era unito a esso, fa rivivere il complesso psichico che si era conservato nell'in­timo, e la reazione dell'anima ne viene immediatamente colorata. Se invece si consegue l'«equanimità», nel campo dei sentimenti non si verificano più reazioni automatiche prodotte da residui del passato, ma di volta in volta, di fronte ad ogni singola esperienza, sorge una libera attitudine del sentire ed i fatti vengono vagliati nel loro significato, in relazione al presente.
Con questo metodo si giunge quindi alla liberazione del sentimento.
Sul successivo esercizio, quello della «positività», è sorto qualche malinteso. In realtà si tratta soltanto di proporsi, per un certo periodo, di osservare nella realtà esterna quanto vi è di posi­tivo, di cercare il lato migliore di ogni essere e di ogni oggetto, di non fermarsi agli aspetti negativi delle cose e dei fatti, di cogliere il bello e trascurare il brutto. E si ricorderà, a questo riguardo, la leggenda citata da Rudolf Steiner, in cui il Cristo, di fronte alla misera spoglia di un cane, guarda e ammira i bei denti.
Qui non si consiglia — è chiaro — di andare per il mondo come sciocchi ottimisti, di vedere tutto rosa e di cadere in ogni buca e in ogni trappola della vita, o di costruirsi una falsa visione del­l'esistenza. Si tratta invece di acquisire, per un certo periodo, la facoltà di vedere le cose positivamente. Il lato positivo è quello che ci avvicina all'Io. Il vero Io, infatti, è di natura spirituale e quindi non può vedere negativamente la realtà perché lo Spirito è costruttore e creativo. Le valutazioni negative delle cose e dei fatti vengono dalle attitudini che si sono formate nelle passate esperienze. Bisogna quindi liberarsi dai preconcetti e imparare a non giudicare secondo le etichette già collocate dovunque. Le abitudini del passato, l'educazione ricevuta, i rapporti intrecciati durante la giovinezza e le finalità seguite in quegli anni, creano la tendenza a considerare persone e cose secondo schemi fissi. Molti giudizi si dovrebbero rivedere alla luce della Scienza dello Spirito, ma essi sono forti e radicati nell'anima, e non permettono che nuova luce vi penetri.
L'esercizio della positività ci libera da questa schiavitù, e ci permette di osservare in modo nuovo la realtà del mondo. Poco a poco si può arrivare a sentire qualche indizio del karma. Questo avviene perché le attitudini positive sviluppano le qualità che avvicinano alla comprensione altrui. Un giudizio favorevole porta luce su quel che vive di buono in un essere umano, svela le forze che impediscono al suo lato migliore di prendere il sopravvento, mostra il peso che non gli consente di muoversi verso il bene. Così ci si avvicina alla comprensione degli altri, e si giunge gradualmente alla liberazione del giudizio.
Molto importante è anche l'esercizio della «spregiudicatezza», che ha punti di contatto con quello della positività, pur non identificandosi con esso. Qui si tratta di non accettare alcuna idea o giudizio come se fosse definitivamente acquisito, e di portare tutto alla piena luce della coscienza. Se qualcuno pronuncia una frase già udita altre volte, dobbiamo esaminarla come se per noi fosse completamente nuova, cercando di vedere se questa volta si mostra sotto un aspetto diverso e ci rivela qualcosa che non avevamo afferrato prima. Si possono cogliere, così, i mutamenti avvenuti nella nostra interiorità, si può capire se abbiamo acquisito una qualità migliore, una comprensione più profonda, si può misurare, in modo attivo e cosciente, il progresso compiuto per la conoscenza del mondo.
La memoria si purifica, viene gradualmente obiettivata. Chi, osservando un fatto, dice «a priori» che gli è già noto, attribuisce a esso un contenuto della memoria senza alcun raffronto immediato. Chi, di fronte ad un'affermazione altrui dice «l'ho già udita», si preclude la capacità di esprimere un giudizio attuale e reale. Chi dice «voglio esaminare tutto questo a nuovo», mette invece oggettivamente a confronto la percezione attuale con quella passata, e la riesamina con le sue nuove facoltà di giudizio. In tal modo vede il punto da cui proviene il contenuto della memoria, percorre la via dei ricordi e li trasforma in dati oggettivi, risale il corso della vita e può giungere al punto in cui non ha dinanzi a sé il vuoto ma quanto, come essere reale, vive al centro della memoria stessa: l'Io, quale ha intrapreso questa esistenza, venendo da incarnazioni precedenti. L'Io si scioglie dai lacci della memoria: essa non è più un cimitero, un campo chiuso, ma un terreno che si può osservare obiettivamente, e liberamente esplorare e percorrere.
Si giunge così alla liberazione della memoria.
Se si eseguono questi esercizi nell'intimo e si continua a metterli in pratica, i loro effetti crescono e assumono grande importanza. Questo voleva soprattutto Rudolf Steiner, che non teneva solo a darci un insegnamento teorico, ma cercava di aiutarci a realizzare una superiore forma di coscienza e ad acquisire la capacità di pensare — e poi di agire nel mondo esterno — liberi dall'in­flusso delle forze aromatiche e luciferiche. Certo, si tratta di un compito arduo, ed è difficile persino sentirsene degni. Eppure, non bisogna tralasciare nessuno sforzo per seguire e realizzare la Scienza dello Spirito. E' vero che l'Iniziazione è una méta lontana verso la quale si può soltanto tendere, ma per chi vuole seriamente operare non c'è un giorno che non possa segnare un passo verso la conoscenza superiore.
Abbiamo visto che ogni essere umano porta nella sua interiorità tutto il passato cosmico, ed ha la possibilità di farlo affiorare dinanzi alla coscienza e riviverlo. Ma in lui non c'è soltanto il frutto dell'evoluzione passata, c'è anche il germe di quella ventura. La coscienza umana può realizzare fin da ora le condizioni future del Cosmo: non vi è in essa soltanto il risultato di quanto è sorto dal­l'evoluzione saturnia, solare, lunare e terrestre, ma vi è anche la possibilità di cominciare a far vivere quanto verrà dal futuro stato di Giove. Infatti, se l'uomo si libera dall'influenza di Lucifero e di Arimane, può avviarsi a realizzare il Sé spirituale.
Il primo passo sulla via dell'evoluzione interiore è un senso di fiducia in se stessi, poiché si può mancare non solo per orgoglio ma anche per un senso di umiltà fuori posto. Si può non credere in se stessi e pensare, in questo falso stato d'animo, che il compito dell'evoluzione sia riservato a pochi privilegiati: questo sarebbe un grave errore, perché il lavoro interiore sulla propria individualità può essere compiuto da chiunque voglia seguire l'insegnamento della Scienza dello Spirito. Ogni uomo può risvegliare in sé il senso del Cosmo, può imparare a sentire che la storia cosmica si realizza nella sua entità umana. Ma per procedere in questa direzione non basta che si apprendano le nozioni e le conoscenze date dalla Scienza dello Spirito; occorre un quotidiano lavoro fatto su se stessi: un lavoro che liberi la coscienza e l'avvicini gradualmente alla luce dello Spirito.
Questo lavoro si compie in ogni minuto, accogliendo dall'esperienza quotidiana quell'incitamento, quell'impulso all'evoluzione che spesso non viene avvertito e compreso. Gradualmente, bisogna giungere a una immagine chiara e precisa del peso reale che Arimane e Lucifero esercitano sugli esseri umani, bisogna misurare il loro potere, seguire la loro azione, e osservare noi stessi nel nostro oscillare tra l'uno e l'altro. Nella vita quotidiana non si deve tendere alla perfezione, ma bisogna operare per raggiungere una chiara coscienza interiore. Proporsi la perfezione come méta porta facilmente allo sconforto, mentre nello sforzo continuo di illuminare la propria coscienza ci si pone dinanzi a se stessi e si possono vedere i propri limiti, ma anche la trasformazione che lentamente si compie e fa dell'entità umana uno strumento delle forze spirituali. Realizzando in sé l'opera delle Gerarchie, l'uomo agisce sulla propria anima e la rende simile a uno specchio sempre più lucido in cui si riflette il mondo dello Spirito. E anche chi dal destino non è chiamato a porgere ad altri l'insegnamento spirituale, a diffonderlo nel mondo, vedrà sorgere in sé una luce che darà i suoi frutti: creerà un'armonia di forze spirituali, risveglierà un desiderio di conoscenza e di comprensione per la Scienza dello Spirito, in qualunque ambiente si trovi.

Giovanni Colazza



mercoledì 14 settembre 2011

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DRITTER VORTRAG Berlin, 26. November 1906


#G283-1969-SE030 – Das Wesen des Musikalischen und das Tonerlebnis im Menschen
#TI
DRITTER VORTRAG
Berlin, 26. November 1906
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Um das Thema unseres heutigen Vortrages zu charakterisieren, wollen wir ausgehen von einer Tatsache, die wir bereits im vorigen Vortrag erwähnt haben. Wir haben dargelegt, daß in demselben Verhältnis, wie sein Schattenbild an der Wand zum Menschen steht, ebenso ein Schattenbild des Devachanlebens sich uns gibt im Musikalischen, überhaupt im Tonleben auf dem physischen Plan. Wir haben erwähnt, daß in der Familie Bach im Laufe von zweihundertfünfzig Jahren neunundzwanzig Musiker von mehr oder weniger großer Begabung geboren worden sind, daß also das musikalische Talent sich durch Generationen vererbt hat, ebenso wie in der Familie Bernoulli das mathematische Talent. Wir wollen heute diese Tatsachen vom okkulten Standpunkt aus beleuchten, und wir werden von diesem Standpunkte aus mannigfaltige Antworten erhalten auf wichtige karmische Fragen. Etwas, das manchem als Frage auf der Seele liegt, ist dieses: Wie verhält sich die physische Vererbung zu dem, was wir durchgehendes Karma nennen?
In der Familie Bach ist der Ururgroßvater eine bestimmte Indivi­dualität, die vor tausendfünfhundert oder tausendsechshundert Jahren auf der Erde gelebt hat und einer anderen Form angehörte. Im Groß­vater ist eine andere Individualität verkörpert gewesen. Gegen den Großvater ist der Vater wieder eine andere Individualität; im Sohn verkörperte sich wieder eine andere Individualität. Diese drei Indivi­dualitäten haben mit der Vererbung des musikalischen Talentes un­mittelbar gar nichts zu tun. Rein innerhalb der physischen Vererbung ist die Übertragung des musikalischen Talentes. Diese Frage der phy­sischen Vererbung beantwortet sich oberflächlich, wenn wir uns klar­machen, daß des Menschen Begabung für die Musik abhängig ist von einer Einrichtung des Ohres. Alle musikalische Begabung würde nichts bedeuten, wenn der Betreffende nicht ein musikalisches Ohr hätte; das Ohr muß für diese Begabung besonders eingerichtet sein. Und diese rein körperliche Grundlage für das musikalische Talent ist es, die sich vererbt von Generation zu Generation. Wir haben so einen musikalischen
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Sohn und Vater und Großvater, die alle musikalische Ohren hatten. Wie sich die physischen Formen des Körpers, zum Beispiel die der Nase, von einer Generation zur anderen vererben, so auch die Strukturverhältnisse des Ohres.
Nehmen wir an, wir hätten es mit einer Reihe von Individualitäten zu tun, die sich eben in der geistigen Welt befinden und die mit sich bringen aus der vorhergehenden Inkarnation die Anlage zur Musik, die sich nun auf dem physischen Plane ausleben will. Was würde die Anlage bedeuten, wenn die Individualitäten sich nicht in Körpern in­karnieren könnten, die ein musikalisches Ohr haben? Es würden dann diese Individualitäten durch das Leben hindurchgehen, und diese Fä­higkeit müßte stumm, unausgebildet bleiben. Es ist also selbstverständlich, daß diese Individualitäten sich hingezogen fühlen werden zu einer Familie mit musikalischem Ohr, mit einer körperlichen Anlage, die es der Individualität ermöglicht, sich auszuleben. Die Familie unten auf dem physischen Plane übt eine Anziehungskraft aus für die Individualität oben im Devachan. Vielleicht würde die Individualität noch zweihundert Jahre oder länger im Devachan verbleiben; vielleicht ist ihre Devachanzeit noch nicht ganz abgelaufen. Aber weil auf dem physischen Plan ein geeigneter physischer Leib ist, wird sich die Individualität jetzt verkörpern, wo sie noch hätte zweihundert Jahre im Devachan bleiben können, und sie wird vielleicht bei der nächsten Devachanzeit diese Zeit nachholen und dann um so viel länger in der geistigen Welt verweilen. Solche Regeln liegen der Verkörperung zugrunde. Sie hängt nicht allein davon ab, ob die Individualität oben zur Verkörperung drängt, sondern auch davon, was für eine Anziehungskraft von unten ausgeübt wird. Als das deutsche Land einen Bismarck nötig hatte, mußte sich eine passende Individualität verkörpern, weil die Verhältnisse sie auf den physischen Plan herab-zogen. 23:00
So kann die Zeit oben in der geistigen Welt verkürzt oder verlängert werden, je nach den Verhältnissen, die unten auf der Erde sind, und die zur Wiederverkörperung drängen oder nicht.
Wir müssen uns nun klarmachen, wie dieser Mensch gegliedert ist und wollen daher intimer auf die Natur des Menschen eingehen. Einen
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physischen, einen Äther- und einen Astralleib hat der Mensch. Der physische Leib ist ihm gemeinsam mit allen Wesen, die man leblose nennt, der Ätherleib gemeinsam mit allen Pflanzen. Dann kommt der Astralleib, der ist schon an sich eine sehr komplizierte Wesenheit; dann das Ich.
Wenn wir uns den Astralleib genauer ansehen, haben wir zuerst den sogenannten Empfindungsleib. Diesen hat der Mensch gemein­schaftlich mit der ganzen Tierwelt, so daß alle höheren Tiere ebenso wie der Mensch einen physischen Leib, einen Ätherleib und einen Empfindungsleib hier unten auf dem physischen Plan besitzen.
Dagegen hat der Mensch hier unten eine individuelle Seele, das Tier aber eine Gruppenseele. Viele Tiere haben zusammen eine Grup­penseele, so daß wir, wenn wir die Seele der Tiere betrachten wollen, hinaufsteigen müssen auf den astralen Plan. Beim Menschen aber ist die Seele hier unten auf dem physischen Plane. Beim Menschen ist der Empfindungsleib nur ein Teil des astralischen Leibes. Der vierte Teil des Menschen, das Ich, ist dasjenige, was von innen heraus arbeitet.
Versetzen wir uns nun einen längeren Zeitraum zurück, in die le­murische Zeit. Es ist damals ein ganz Bedeutsames eingetreten. Jene Vorfahren, die vor Millionen und Millionen von Jahren auf der Erde ihr Dasein hatten, waren ganz anders als die Menschen jetzt. Es gab damals auf dem physischen Erdenplan eine Art höherer Tiere, Tiere, von denen heute nichts mehr auf der Erde vorhanden ist, die längst ausgestorben sind. Sie waren ganz eigenartig gestaltet. Das, was heute hier die höheren Tiere sind, sind Nachkommen dieser ganz anders ge­stalteten Wesen, aber verkommene Nachkommen. Diese Wesen sind die Vorfahren der heutigen physischen Menschennatur. Sie hatten nur einen physischen Leib, einen Ätherleib und einen Empfindungsleib. Und damals verband sich nach und nach das Ich mit diesen Wesen; es senkte sich von der höheren Welt herab. Die Tierheit also wuchs der Seele des Menschen entgegen, die Seele begab sich von oben her­unter. Von unten herauf entwickelte sich die Tierheit, von oben senkte sich die Seele herab.
Wie eine Wirbelwolke von Staub unten auf der Erde aufwirbelt und von oben eine Wasserwolke ihr entgegenkommt, so verbanden
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sich Tierleib und Menschenseele. Der Empfindungsleib des unten auf der Erde lebenden Tieres, jenes Vorfahren des Menschen, hatte sich so weit entwickelt, daß er das Ich aufnehmen konnte.
Dieses Ich bestand nun auch aus Gliedern, und zwar aus Empfin­dungsseele, Verstandesseele und Bewußtseinsseele. Dieser für die äußeren Sinne unwahrnehmbare Leib, der Ich-Leib, sank herab. Hinauf entwickelte sich ihm entgegen ein physischer, ein Ätherleib und ein Empfindungsleib.
Hätte es eine Million Jahre früher auch Wesen gegeben, die den physischen Leib, den Ätherleib und den Empfindungsleib besaßen, sie hätten diese oben schwebenden Iche fühlen können. Aber sie hätten sagen müssen, eine Verbindung ist unmöglich, denn diese oben schwebenden Empfindungsseelen sind noch so fein geistig, daß sie sich mit dem groben Leibe nicht vereinigen können. Nun aber hat sich die Seele oben vergröbert, der Empfindungsleib unten verfeinert. Es ist jetzt eine Verwandtschaft dadurch zwischen beiden eingetreten, und nun senkt sich die Seele herab. Tatsächlich, wie der Säbel in einer Scheide steckt, so steckt die Empfindungsseele im Empfindungsleibe. In diesem Sinne ist das Wort der Bibel zu verstehen: «Gott blies dem Menschen den Odem ein, und er ward eine lebendige Seele
Wenn man aber dieses Wort ganz verstehen will, muß man sich klar sein über die verschiedenen Stoffgattungen, die es auf der Erde gibt. Wir haben da zuerst das Feste. Okkult wird das «Erde» genannt. Doch was der Okkultist damit bezeichnet, ist nicht Ackererde, sondern der Zustand des Festen überhaupt. Alle festen Bestandteile des physi­schen Körpers werden auch Erde genannt, zum Beispiel die Knochen, die Muskeln und so weiter. Dann kommt zweitens das Flüssige; okkult nennt man das «Wasser». Wasser wird alles genannt, was flüssig ist, zum Beispiel auch das Blut. Drittens haben wir den luftförmigen Zustand, okkult «Luft» genannt.
Dann geht der Okkultist zu höheren, feineren Körpern hinauf; über die Luft steigt er zu feineren Zuständen hinauf. Wollen wir uns das klarmachen, dann müssen wir zum Beispiel irgendein Erz, sagen wir das Blei, betrachten. Das ist okkult Erde. Wird es stark erhitzt, also geschmolzen, dann wird es okkult zu Wasser; verdunstet es jetzt, so wird
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es im okkulten Sinne Luft. Luft ist das, was zuletzt auf diese Art aus jedem Körper entstehen kann. Dehnt sich die Luft immer weiter aus, wird sie immer feiner, dann tritt ein neuer Zustand ein. Den nennt der Okkultist «Feuer». Das ist der erste Ätherzustand. Feuer ist, was sich zu Luft verhält wie Wasser zum Festen. Was noch feiner ist als Feuer, nennt der Okkultist «Lichtäther». Noch höher hinauf kommen wir zu demjenigen, was im Okkultismus «Chemischer Äther» genannt wird. Die Kraft, die bewirkt, daß zum Beispiel der Sauerstoff an Was­serstoff sich ketten kann, ist der Chemische Äther. Noch feiner als der Chemische Äther ist der «Lebensäther».
Wir haben so sieben verschiedene Zustände im Okkultismus. Daß in irgendeiner Substanz Leben ist, ist zurückzuführen auf den Lebens-äther. Das, was im physischen Leibe lebt, besteht aus Erde, Wasser und Luft, in okkulter Sprache. Das was im Ätherleibe lebt, besteht aus Feuer, Lichtäther, Chemischem Äther und Lebensäther. Wir haben so zu gleicher Zeit den physischen und den Ätherleib geeint und getrennt. Der ganze Ätherleib durchdringt den physischen Leib; ebenso durchdringt der Astralleib den Ätherleib. Das Astrale kann gerade bis zum Feuer heruntersteigen, es kann nicht mehr durchsetzen Wasser, Erde, Luft. Das Physische dagegen kann nur bis zum Feuer hinauf. Machen wir uns klar, wie das Physische bis zum Feuer hinaufgeht im Dampf, also okkult Luft. Im Dampf spüren wir das auseinandertreibende Feuer. Das Physische geht hinauf zum Feuer, das Astrale hinunter bis zum Feuer, in der Mitte steht der Ätherleib.
In der lemurischen Zeit nun, zu einem Zeitpunkt, lange ehe sich die sieben Glieder des Menschen vereinigt hatten, haben wir Wesen, die unten waren und die noch nicht den physischen Leib bis zum Feuer hinauf gebracht hatten. Sie waren noch nicht imstande, warmes Blut zu entwickeln. Und erst ein physischer Leib, der imstande ist, warmes Blut zu entwickeln, kettet an sich die Seele. Sobald jene Wesen so weit waren, daß sie sich zum Feueräther hinanentwickelt hatten, war die Ich-Seele bereit, sich mit dem physischen Leibe zu verbinden. Alle jene Tiere, die als die Nachzügler zurückgeblieben sind, die Amphibien, haben wechselwarmes Blut.
Wir müssen diesen Zeitpunkt in der lemurischen Zeit festhalten. Es
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war das ein Moment von höchster Wichtigkeit, als das Wesen, welches aus physischem Leib, Ätherleib und Empfindungsleib bestand, durch das warme Blut befruchtet werden konnte mit der Menschenseele.
Nun geht die weitere Entwickelung von der lemurischen Zeit zur atlantischen über. Innerhalb der lemurischen Zeit war es nur das Element der Wärme, in dem sich Seele und Leib berührten. Zu An­fang der atlantischen Zeit trat etwas Neues ein. Das seelische Element drang nun tiefer in den physischen Leib ein, und zwar bis zur Luft hinunter. In der lemurischen Zeit war es nur bis zum Feuer gekommen; jetzt konnte es bis zur Luft vordringen. Dies ist für die Menschenentwickelung sehr wichtig, denn es ist der Beginn für die Fähigkeit, im Elemente der Luft leben zu können. Ebenso wie es in der lemurischen Zeit zuerst nur Kaltblüter gegeben hat, so gab es bis hierhin nur stumme, tonlose Geschöpfe. Sie mußten sich der Luft bemächtigen, bevor sie tönen konnten. Die ersten, elementarsten Anfänge des Singens und Sprechens finden jetzt statt.
Die nächste Stufe wird es mit sich bringen, daß die Seele hinunter-steigt ins Flüssige. Dann kann sie bewußt zum Beispiel das Blut in den Adern leiten. Diese Stufe der Entwickelung steht uns in einer noch fernen Zeit bevor.
Man könnte einwerfen, daß das kaltblütige Insekt auch tönt; doch ist dies nicht der Fall in dem Sinne, wie hier vom Tönen der Seele von innen nach außen die Rede ist. Die Töne, die das Insekt hervorbringt, sind physikalischer Natur. Das Zirpen der Grille, das Schwirren der Flügel sind äußerliche Töne, es ist nicht die Seele, die tönt. Es handelt sich für uns um den tönenden Ausdruck der Seele.
Der Mensch war zu dem eben beschriebenen Zeitpunkt imstande, die Seele tönend nach außen zu ergießen. Er konnte jetzt von innen heraus dasselbe schicken, was von außen zu ihm hineingeht. Den Ton empfängt der Mensch von außen durch das Ohr und gibt ihn als sol­chen der Umwelt zurück. Das Ohr ist als solches eines der ältesten Organe und der Kehlkopf eines der jüngsten. Ohr und Kehlkopf ste­hen ganz anders zueinander als alle anderen Organe. Das Ohr schwingt selber mit, es ist wie eine Art Klavier. In ihm sind eine Anzahl Fäserchen, von denen jedes auf einen gewissen Ton stimmt. Es verändert
#SE283-036
21:08
das, was draußen vorgeht, was zu ihm von außen hereinkommt, nicht oder doch nur sehr wenig. Alle anderen Sinnesorgane, zum Beispiel das Auge, verändern die Eindrücke der Umwelt. Und alle anderen Sinne müssen sich zu der Stufe des Ohres erst in der Zukunft entwickeln, denn wir haben im Ohr ein physisches Organ, das auf der höchsten Stufe der Entwickelung steht.
Das Ohr steht im Zusammenhang mit einem Sinn, der noch älter ist. Das ist der Sinn für die Raumorientierung, das heißt für die Fähigkeit, die drei Richtungen des Raumes zu spüren. Der Mensch hat nicht mehr das Bewußtsein, daß dieser Sinn in ihm steckt. Dieser Sinn steht in inniger Verbindung mit dem Ohr. Wir finden tief im Inneren des Ohres merkwürdige Bögen, drei halbzirkelförmige Kanäle, die senkrecht aufeinander stehen. Die Wissenschaft weiß nichts mit ihnen anzufangen. Doch wenn diese verletzt sind, hört bei den Menschen das Orientierungsvermögen auf. Dies sind Überbleibsel des Raum-sinnes, der viel älter ist als der Gehörsinn. Früher nahm der Mensch den Raum so wahr, wie heute den Ton. Jetzt ist der Raumsinn ganz in ihn übergegangen und unbewußt geworden. Der Raumsinn nahm den Raum wahr, das Ohr nimmt den Ton wahr, das heißt das, was übergeht vom Raum in die Zeit.
Man wird jetzt verstehen, daß eine gewisse Verwandtschaft bestehen kann in bezug auf den musikalischen und den mathematischen Sinn. Der letztere ist gebunden an diese drei Halbbögen. Die musikalische Familie zeigt als Merkmal das musikalische Ohr, die mathematische Familie eine besondere Ausbildung der drei Halbbögen im Ohr, an die das Raumtalent gebunden ist. Und diese waren bei der Familie Bernoulli besonders ausgebildet und vererbten sich von einem Mitglied zum anderen wie das musikalische Ohr in der Familie Bach. Und die zur Verkörperung herabsteigenden Individualitäten mußten sich, um ihre Anlagen ausleben zu können, die Familie suchen, wo diese Erbschaft bestand.
Dies sind die intimen Zusammenhänge zwischen physischer Ver­erbung und der Seele, die nach Hunderten und aber Hunderten von Jahren sich aufsuchen, und wir sehen, wie in dieser Weise das Äußere des Menschen mit seinem Inneren zusammenhängt.
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martedì 13 settembre 2011

19061122

DER URSPRUNG DES BÖSEN Berlin, 22. November 1906


#G055-1955-SE091 - Die Erkenntnis des Übersinnlichen in unserer Zeit und deren Bedeutung für das heutige Leben
#TI
DER URSPRUNG DES BÖSEN
Berlin, 22. November 1906
#TX 20110913 19:43
Es ist charakteristisch für die ganze heutige Literatur, daß sie so wenig vom Bösen spricht. Der Materialismus befaßt sich eben nicht mit dem Bösen. Leid, Krankheit und Tod können anscheinend eine materielle Erklärung finden, aber das Böse nicht. Beim Tier spricht man von Grausamkeit, Schädlichkeit, aber böse kann man das Tier nicht nennen. Das Böse erschöpft sich innerhalb des Menschenreiches. Die heutige Naturwissenschaft sucht den Menschen aus dem Tier heraus zu begreifen und verwischt alle Unterschiede zwischen Mensch und Tier. Darum muß sie auch das Böse leugnen. Man muß, um das Böse zu finden, ganz eingehen auf die menschlichen Eigenschaften. Man muß erkennen, daß der Mensch ein eigenes Reich in Anspruch nimmt. Wir wollen diese Frage jetzt vom geisteswissenschaftlichen Standpunkt aus betrachten.
Es gibt eine menschliche Urweisheit, die hinter dem rein äußerlichen Sinnenschein der Dinge zum eigentlichen Wesen der Dinge vordringt. Früher wurde diese Weisheit in engen Kreisen bewahrt und nur nach strengen Proben wurde der Zugang zu diesen Kreisen gewährt. Ehe ein Mensch Zutritt erlangte, mußte er den Hütern dieser Weisheit bewiesen haben, daß er sein Wissen nur in selbstlosester Weise verwenden werde. Seit den letzten Jahrzehnten ist das Elementare dieser Weisheits-Wissenschaft aus gewissen Gründen popularisiert worden. Immer mehr wird davon ins tägliche Leben einfließen. Wir stehen erst am Anfang dieser Entwicklung.
#SE055-092 19:47
Wie hängt nun das Böse mit der eigentlichen Menschennatur zusammen? Oft hat man sich das Böse auf die verschiedenste Art zu erklären versucht. Da hat man gesagt:
Es gibt kein Böses im eigentlichen Sinne des Wortes. Es ist ein herabgemindertes Gutes, es ist das schlechteste Gute. Denn wie es bei allem verschiedene Grade des Daseins gibt, so auch beim Guten. Oder man sagte: Wie das Gute eine Urmacht ist, so ist es auch das Böse. Diese Ansicht prägte sich namentlich in der persischen Mythe von Ormuzd und Ahriman aus. Die Geheimwissenschaft erst zeigt aus der Tiefe der menschlichen und der ganzen kosmischen Natur heraus, wie das Böse zu begreifen ist. Leugnet man es, kann man es gar nicht begreifen. Man muß verstehen, welche Aufgabe, welche Mission das Böse in der Welt hat. Aus der Entwicklung des Menschen in die Zukunft hinein sehen wir, wie die Menschen aus der Vergangenheit geworden sind und was das Böse in ihrem Entwicklungsgang bedeu­ten soll.
Die Geheimwissenschaft lehrt das Dasein gewisser hoch-entwickelter Menschen, der Eingeweihten oder Initiierten. In den Geheimschulen aller Zeiten wird gelehrt, wie sich der Mensch auf eine solche Entwicklungsstufe bringen kann. Bestimmte Übungen werden da vorgeschrieben, die auf ganz natürliche Weise den Menschen fortentwickeln. Meditations- und Konzentrationsübungen sind es, die dem Menschen eine andere Anschauung geben sollen, eine Anschau­ung, die er nicht mit dem Verstande und den fünf Sinnen erwerben kann. Die Meditation führt zunächst weg von der sinnlichen Auffassung. Durch innere seelische Arbeit wird da der Mensch frei von den Sinnen. Etwas Ahnliches geht da im Menschen vor sieh wie bei der Operation eines Blindgeborenen. Eine Art Operation findet statt, die geistige Augen und Ohren öffnet. Diese Entwicklung wird in längerer
#SE055-093 20:19
Zeit die ganze Menschheit erreichen. Das Weltliche darf man darum aber nicht verleugnen, wenn man sieh höher entwickeln will. Weltflüchtige Askese taugt nicht fürs Hellsehen. Hellsehen ist die Frucht dessen, was die Seele in der Sinnenwelt sammelt. Schön verglich die griechische Philosophie die Mensehenseele mit einer Biene. Die Welt von Farben und Licht bietet der Seele den Honig, den sie mitbringt in die höhere Welt. Sinnenerfahrung muß die Seele vergeistigen und hinauftragen in höhere Welten.
Welche Aufgabe hat nun die Seele, die frei ist vom Leibe? Wir treffen hier auf einen wichtigen Grundsatz. Jedes Wesen wird, wenn es sich herausentwickelt hat, auf einer höheren Stufe Leiter und Führer derjenigen Wesen und Formen, durch die es durchgegangen ist. Wir sehen da ein Zukunftsbild. Wenn der Mensch sieh so vergeistigt haben wird, daß er den physischen Leib nicht mehr braucht, wirkt der Mensch als geistiger Leiter von außen auf die Welt ein. Dann ist die Aufgabe dieses Planeten erfüllt. Er geht dann zu einer anderen Verkörperung über. Die Erde wird dann ein neues planetarisches Dasein erhalten. Die Menschen werden dann die Götter des neuen Planeten sein. Der Menschheitsleib, der verlassen ist vom Geist, wird niederes Reich sein. Wir tragen jetzt eine doppelte Natur in uns: das, was herrschen wird auf dem nächsten Planeten, und das, was das niedere Reich sein wird. So wie die Erde sich neu verkörpern wird, so hat sie sich auch herausgebildet aus früheren Entwicklungsvorgängen, und so wie die Menschen die Götter des nächsten Planeten sein werden, so waren die uns jetzt leitenden Wesenheiten Menschen auf dem vorhergehenden Planeten, und sie hatten als Niederes das, was wir Menschen auf der Erde sind. Damit finden wir den Zu­sammenhang der Erde mit Vorgängen, die in der Vergangenheit und in der Zukunft liegen. Die Stufe, die der Mensch
#SE055-094 20:29
heute auf der Erde hat, hatten einstmals die Wesen, die die Schöpfer und Führer der Menschen heute sind, die ElohimGeister, die sich offenbaren als Führer der Entwicklung des Menschen. Und die Menschen werden auf dem zukünftigen Planeten so weit sein, daß sie selbst Lenker und Leiter sind. Aber man muß nicht denken, es müsse sich nun genau so wiederholen; dasselbe wiederholt sich nie. Nichts geschieht zweimal in der Welt. Nie war das Dasein so wie jetzt auf der Erde. Das Erdendasein bedeutet den Kosmos der Liebe, das Dasein auf dem früheren Planeten bedeutet den Kosmos der Weisheit. Die Liebe vom Elementarsten bis zum Höchsten sollen wir entwickeln. Die Weisheit ruht verborgen auf dem Grunde des Erdendaseins. Darum soll man nicht von der «niederen» physischen Menschennatur sprechen, denn sie ist gewissermaßen die vollkommenste Form des Menschen. Man betrachte den weisheitsvollen Bau eines Knochens, zum Beispiel des Oberschenkelknochens. Da ist das Problem: mit dem geringsten Aufwand von Material und Kraft die größtmöglichste Gewichtsmasse zu tragen, in vollkommenster Art gelöst. Man schaue sich den Wunder-bau des Herzens, des Gehirns an! Der Astralleib steht nicht etwa höher. Er ist der Genießer, der fortwährende Attacken auf das weisheitsvoll gebaute Herz macht. Er wird noch lange brauchen, um so vollkommen und weise zu sein wie der physische Leib. Aber er muß es werden. Darin besteht die Entwicklung. Auch der physische Leib mußte sich so entwickeln. Was weise an ihm ist, mußte aus Unweisheit und Irrtum hervorgehen. Die Weisheitsentwicklung ging der Liebesentwicklung voraus. Die Liebe ist noch nicht vollkommen. Aber in der ganzen Natur ist sie zu finden. Bei der Pflanze, beim Tier, beim Menschen, von der niedersten Geschlechtsliebe an bis zur höchsten, vergeistigtesten Liebe. Ungeheure Mengen von Wesen, die der Liebestrieb hervorgebracht,
#SE055-095 20:31
gehen im Kampf ums Dasein zugrunde. Kampf wirkt überall da, wo Liebe ist. Das Auftreten der Liebe bringt Kampf, notwendigen Kampf mit sieh. Aber sie wird ihn auch überwinden, wird den Krieg in Harmonie verwandeln.
Weisheit ist das Charakteristikum der physischen Natur. Da, wo diese Weisheit von Liebe durchsetzt ist, da erst ist der Anfang der Erdentwicklung. Wie heute Kampf auf der Erde ist, war auf dem früheren Planeten Irrtum zu finden. Merkwürdige Fabelwesen wandelten da umher, Irrtümer der Natur, die nicht entwicklungsfähig waren. Wie Liebe aus Lieblosem hervorgeht, so die Weisheit aus Unweisheit. Die, welche die Erdentwicklung erreichen, werden die Liebe als eine Naturkraft in den nächsten Planeten hineinbringen. So ward auch einst die Weisheit auf die Erde getragen. Die Menschen der Erde schauen auf zu den Göttern als zu den Bringern der Weisheit. Die Menschen des folgenden Planeten werden zu den Göttern als zu den Bringern der Liebe aufschauen. Die Weisheit wird den Menschen als göttliche Offenbarung von den Menschen des früheren Planeten zuteil. Alle Reiche der Welt hängen unter sich zusammen. Wenn es keine Pflanzen gäbe, so würde in kurzer Zeit die Lebensluft verpestet sein; denn Mensch und Tier atmen Sauerstoff ein und lebenvernichtende Kohlensäure wieder aus. Doch die Pflanzen atmen Kohlensäure ein und geben Sauerstoff von sich. So hängt hier hinsichtlich der Lebensluft das Höhere vom Niederen ab.
So ist es nun in allen Reichen. Wie das Tier und der Mensch von der Pflanze, so sind wieder die Götter von den Menschen abhängig. Das hat die griechische Mythe so schön ausgedrückt: Die Götter erhalten von den Sterblichen Nektar und Ambrosia. Beide bedeuten die Liebe. Die Liebe wird innerhalb des Menschengeschlechtes erzeugt. Und Liebe
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atmet das Göttergeschlecht ein, sie ist die Götternahrung. Die Liebe, die von den Menschen erzeugt wird, wird den Göttern Speise. Das ist viel wirklicher als etwa die Elektrizität, so seltsam es zuerst erscheint. Die Liebe tritt zuerst als Geschlechtsliebe auf und entwickelt sich hinauf bis zur höchsten geistigen Liebe. Aber alle Liebe, niedere und hohe, ist Götteratem. Nun kann man sagen: Wenn das alles so ist, kann es kein Böses geben. Aber Weisheit liegt der Welt zugrunde, Liebe entwickelt sich. Weisheit wird die Lenkerin der Liebe. So wie alle Weisheit aus Irrtum geboren wird, ringt sieh alle Liebe nur aus Kämpfen zur Höhe empor.
Nicht alle Wesen des früheren Planeten stiegen zur Höhe der Weisheit hinan. Es sind Wesen zurückgeblieben, sie stehen ungefähr zwischen Göttern und Menschen. Sie brauchen noch etwas vom Menschen. Aber in einen physischen Körper können sie sich nicht mehr kleiden. Luziferische Wesenheiten nennt man sie, oder man faßt sie zusammen unter dem Namen Luzifer als ihrem Anführer.
Wie wirkt nun Luzifer auf die Menschen? Nicht so wie die Götter. Das Göttliche tritt an das Edelste im Menschen heran, aber an das Niedere kann und soll es nicht kommen. Weisheit und Liebe werden erst am Ende der Entwicklung ihre Vermählung feiern. Aber die luziferischen Wesenheiten treten an das niedere, unentwickelte Element der Liebe heran. Sie bilden die Brücke zwischen Weisheit und Liebe. So erst mischt sich die Weisheit mit der Liebe. Das, was sich nur ans Unpersönliche wendet, verstrickt sich so mit der Persönlichkeit. Auf dem früheren Planeten war die Weisheit ein Instinkt, wie es heute die Liebe ist. Ein schöpferischer Weisheitsinstinkt war herrschend, wie heute ein schöpferischer Liebesinstinkt. Früher hatte also die Weisheit den Menschen instinktmäßig geführt. Dadurch aber, daß die
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Weisheit heraustrat und nicht mehr führte, ward der Mensch selbstbewußt, er wußte sieh als ein selbständiges Wesen. Im Tier ist die Weisheit noch instinktmäßig, darum ist es noch nicht selbstbewußt. Aber die Weisheit wollte den Menschen nun von außen lenken und leiten, ohne daß die Liebe einen Zusammenhang damit hatte. Da Luzifer kam, pflanzte er die menschliche Weisheit in die Liebe. Und die menschliche Weisheit schaut auf zur göttlichen Weisheit. Im Menschen ward die Weisheit zum Enthusiasmus, zur Liebe selbst. Hätte nur die Weisheit ihren Einfluß ausgeübt, so wäre der Mensch nur gut geworden, er hätte die Liebe nur zum Aufbau des Erdenbewußtseins gebraucht. Aber Luzifer brachte die Liebe mit dem Selbst in Verbindung, zum Selbstbewußtsein trat die Selbstliebe. Das wird schön im Paradiesesmythus ausgedrückt: «... und sie sahen, daß sie nackend waren», das heißt, damals sahen die Menschen zum ersten Male sich selbst, vorher hatten sie nur die Umwelt gesehen. Da hatten sie nur ein Erdenbewußtsein, aber kein Selbstbewußtsein. Nun konnten die Menschen die Weisheit in den Dienst des Selbst stellen. Selbstlose Liebe zur Umwelt und Liebe zum Selbst gab es von nun an. Und die Selbstliebe war böse und die Selbstlosigkeit war gut. Nie hätte der Mensch ein warmes Selbstbewußtsein bekommen ohne Luzifer. Denken und Weisheit traten nun in den Dienst des Selbst. Nun gab es eine Wahl zwischen gut und böse. Nur um das Selbst in den Dienst der Welt zu stellen, darf Liebe zum Selbst hinzutreten. Nur wenn die Rose den Garten zieren will, darf sie sich selbst schmücken. Das muß man sich bei einer höheren, okkulten Entwicklung tief in die Seele schreiben. Um das Gute fühlen zu können, mußte der Mensch auch das Böse fühlen können. Enthusiasmus für das Höhere gaben ihm die Götter. Aber ohne das Böse konnte es kein Selbstgefühl, keine freie Wahl des Guten,
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keine Freiheit geben. Das Gute konnte ohne Luzifer verwirklicht werden, die Freiheit nicht. Um das Gute wählen zu können, muß der Mensch auch das Böse vor sich haben, es muß ihm innewohnen als Kraft der Selbstliebe. Aber die Selbstliebe muß zur All-Liebe werden. Dann wird das Böse überwunden sein. Freiheit und das Böse entspringen aus demselben Punkt. Luzifer enthusiasmiert den Menschen menschlich für das Göttliche. Luzifer ist der Träger des Lichts. Elohim ist das Licht selbst. Hat das Licht der Weisheit die Weisheit im Menschen entzündet, so hat Luzifer das Licht in den Menschen hineingetragen. Aber der schwarze Schatten des Bösen mußte sich hineinmischen. Luzifer bringt eine eingeschränkte, fleckenerfüllte Weisheit, aber diese kann in den Menschen eindringen. Luzifer ist der Träger der äußeren, menschlichen Wissenschaft, die ja im Dienste des Egoismus steht. Darum wird vom okkulten Schüler Selbstlosigkeit gegenüber dem Wissen verlangt. Dies ist der Ursprung des Bösen in der menschlichen Entwicklung. Was der Sauerteig des alten Brotteiges für das neue Brot ist, das ist vom früheren Planeten Luzifer für uns. Das Böse wird gut an seinem Ort. Bei uns ist es nicht mehr gut. Das Böse ist ein versetztes Gutes. Das absolut Gute eines Planeten bringt in einem seiner Teile zum neuen Planeten immer auch das Böse mit. Das Böse ist ein notwendiger Entwicklungsgang.
Man darf nicht sagen, die Welt sei unvollkommen, weil das Böse in ihr ist. Vielmehr ist sie gerade darum vollkommen. Wenn in einem Gemälde herrliche Lichtgestalten und böse Teufelsfratzen zugleich dargestellt sind, so würde man das Bild doch vernichten, wenn man die Teufelsfratzen herausschneiden wollte. Die Weltenschöpfer brauchten das Böse, um das Gute zur Entfaltung zu bringen. Was sich erst am Felsen des Bösen brechen muß, ist ein Gutes. Durch
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Selbstliebe nur kann es die All-Liebe zu ihrer höchsten Blüte bringen. Darum hat Goethe so recht, wenn er im Faust den Mephisto sagen läßt:

«Ich bin ein Teil von jener Kraft,
die stets das Böse will und stets das Gute schafft.»

lunedì 12 settembre 2011

19061108

DER URSPRUNG DES LEIDES Berlin, 8. November 1906


#G055-1955-SE066 - Die Erkenntnis des Übersinnlichen in unserer Zeit und deren Bedeutung für das heutige Leben
#TI
DER URSPRUNG DES LEIDES
Berlin, 8. November 1906
#TX 20110911 01:13
Mehr noch als die anderen Vorträge des Winterzyklus hängen die drei nächsten zusammen:
der heutige «Über den Ursprung des Leids»,
der nächste «Über den Ursprung des Bösen»
und der folgende «Wie begreift man Krankheit und Tod?», doch wird jeder von diesen drei Vorträgen auch in sich selbst abgeschlossen und verständlich sein.
Wenn der Mensch das Leben rings um sich her betrachtet, wenn er Selbstschau hält und den Sinn und die Bedeutung des Lebens bei sich selbst erforschen will, dann findet er einen eigentümlichen, zum Teil warnenden, zum Teil ganz rätselvollen Wächter vor dem Tore dieses Lebens stehen: das Leid.
Das Leiden, das seinerseits wiederum eng verbunden ist mit dem, was wir in den nächsten Vorträgen betrachten wollen, mit dem Bösen, mit Krankheit und Tod, erscheint dem Menschen manchmal als etwas, was so tief ins Leben eingreift, daß es mit den allerhöchsten Fragen des Lebens zusammenzuhängen scheint. Daher ist die Frage nach dem Leide eine der wesentlichsten aller Weltanschauungen seit den ältesten Zeiten des Menschengeschlechts, und immer, wenn man versuchte, den Wert des Lebens abzuschätzen, den Sinn des Lebens zu erkennen, hat man vor allen Dingen erkennen wollen, welche Rolle das Leid, der Schmerz im menschlichen Leben spielt.
Wie ein Störenfried erscheint das Leid mitten im fröhlichen Leben, es erscheint als eine Herabminderung von Lebenlust und Lebenshoffnung. Gerade diejenigen, welche
#SE055-067 01:20
den Wert des Lebens in der Lebensfreudigkeit suchen, welche nur für die Lebensfreudigkeit da zu sein scheinen, haben diesen Störenfried, Leid und Schmerz, am meisten emp­funden. Wie wäre es sonst erklärbar, daß bei einem so lebensfrohen, so in Lebensfreudigkeit aufgehenden Volke, wie es die Griechen waren, ein Ausspruch wie ein dunkler Punkt am Sternenhimmel der Schönheit des Griechentums auftaucht, der Ausspruch des weisen Silen im Gefolge des Dionysos: Was ist für den Menschen das Beste? Das Beste für den Menschen ist, nicht geboren zu sein, und ist er einmal geboren, so ist das Zweitbeste, bald nach der Geburt zu sterben. - Vielleicht wissen Sie, daß Friedrich Nietzsche, als er die Geburt der Tragödie aus dem Geiste des alten Griechentums zu begreifen suchte, an diesen Spruch anknüpfte, um zu zeigen, wie auf dem Grunde griechischer Lebensweisheit und griechischer Kunst das Leid und die Betrübnis des Menschen über das Leid und über das, was damit zusammenhängt, eine bedeutungsvolle Rolle spielt.
Nun aber finden wir auch einen anderen und kaum viel jüngeren Satz aus dem Griechentum, einen kurzen Ausspruch, der uns zu gleicher Zeit zeigt, wie in einer gewissen Art wiederum aus diesem alten Griechentum heraus eine Erkenntnis aufdämmert, daß das Leiden und die Schmerzen der Welt doch nicht bloß eine verhängnisvolle Rolle spielen. Es ist der Ausspruch, den wir bei einem der ältesten grie­chischen Tragiker, bei Äschylos finden, daß aus Leiden Erkenntnis erwächst. Da werden zwei Dinge zusammengebracht, von denen zweifellos ein großer Teil der Menschheit das eine aus dem Leben hinweggelöscht haben möchte, während er das andere, die Erkenntnis, als eines der höchsten Güter des Lebens betrachtet.
Daß das Leben und das Leid, wenigstens das Leben der heutigen Menschen und der höheren Wesen auf unserem
#SE055-068 01:30
Erdenrund, tief verflochten sind, hat man von jeher geglaubt einsehen zu müssen. So stehen nicht nur am Ausgangspunkt des biblischen Schöpfungsmythos Erkenntnis des Guten und Bösen und Leid innig miteinander verbunden, sondern wir sehen auch auf der anderen Seite, mitten aus der Anschauung des Alten Testaments heraus, wie aus einer schwarzen Anschauung des Leidens auch eine helle, lichtvolle aufdämmert. Wenn wir uns im Alten Testament um-sehen, wenn wir den Schöpfungsmythos in bezug auf diese Frage verfolgen, so wird uns klar, daß man innerhalb dieser alten Weltanschauung Leiden und Sünde zusammenbrachte, daß man Leid als die Folge der Sünde ansah. Heute, bei der Denkweise, die selbst da, wo man nicht recht will, sich der materialistischen Weltauffassung nähert, begreift man nicht mehr leicht, wie man in der Sünde die Ursache des Leidens suchen kann. Aber wenn wir Geistesforscher sind und uns in frühere Zeitalter hineindenken lernen, dann werden wir sehen, daß es nicht ganz so unsinnig ist, an einen solchen Zusammenhang zu glauben, und der nächste Vortrag wird uns zeigen, daß es eine Möglichkeit gibt, einen Zusammen­hang zwischen dem Bösen und dem Leid zu sehen. Das Leid aber aus seinen Ursachen zu erklären, stellte sich für die Anschauung des alten Judentums als eine Unmöglichkeit heraus. So sehen wir, daß mitten in dieser Anschauung, die Leid und Sünde in Zusammenhang bringt, die merkwür­dige Gestalt des Hiob steht, jene Gestalt, die uns zeigt oder zeigen will, wie Leiden und unsägliche Schmerzen mit einem vollkommen unschuldigen Leben zusammenhängen können, wie es unverdiente Leiden und Schmerzen geben kann. In dem Bewußtsein dieser eigenartig tragischen Persönlichkeit Hiob sehen wir noch einen anderen Zusammenhang von Leid und Schmerz aufdämmern, einen Zusammenhang mit der Veredlung des Menschen. Das Leid erscheint uns da als
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eine Prüfung, als Wurzel eines Aufwärtsklimmens, einer Höherentwicklung. So braucht dieses Leiden im Sinne dieser Hiob -Tragik keineswegs seinen Ursprung im Bösen zu haben, sondern kann selbst erster Ursprung sein, so daß das, was aus ihm hervorgeht, eine vollkommenere Phase menschlichen Daseins, menschlichen Lebens darstellt. Das alles liegt unserem heutigen, modernen Denken ziemlich fern, und die breitere Masse unseres heutigen gebildeten Publikums kann sich nicht mehr in eine solche Denkweise hineinfinden. Sie brauchen aber nur in Ihrem Leben etwas zurückzudenken und Sie werden sehen, daß Vollkommenheit und Leid gar oft auch vor Ihren Augen zusammengestellt erschien, und daß es in der Menschheit immer ein Bewußtsein gegeben hat von dem Zusammenhang zwischen Leiden und Vollkommenheit. Dieses Bewußtsein wird uns hinüberheben zu dem, was wir heute im Sinne der Geistes-forschung zu betrachten haben werden, nämlich den Zu­sammenhang zwischen Leiden und Geistigkeit.
Erinnern Sie sich, wie
oft in diesem oder jenem Trauer-spiel der tragische Held vor Ihren Augen gestanden hat. Durch Leiden und leidensvolle Kämpfe hindurch führt der Dichter immer wieder und wiederum den Helden; und wenn er dann bis zu dem Punkte kommt, wo der Schmerz sich aufs höchste steigert und in dem Ende des physischen Körpers seinen Abschluß findet, dann lebt in der Seele des Zuschauers nicht bloß Mitleid mit dem tragischen Helden, nicht bloß die Betrübnis darüber, daß solche Leiden, wie sie sich eben abgespielt haben, möglich sind, sondern es stellt sich heraus, daß der Mensch vom Anblick des Leidens gehoben und erbaut wurde, daß er das Leid hat untergehen sehen im Tode und aus dem Tode heraus sich die Gewißheit ergeben hat, daß es einen Sieg gibt über Schmerzen und Leiden, ja selbst über den Tod. Durch nichts kann künstlerisch
#SE055-070 21:14
dieser höchste Sieg des Menschen, dieser Sieg seiner innersten Kräfte und Triebe, dieser Sieg des edelsten Triebes seiner Natur so erhaben vor Augen geführt werden als durch das Trauerspiel. Wenn dem Bewußtsein dieses Sieges das Erlebnis von Leiden und Schmerzen vorhergegangen ist und wir von solchen Tatsachen, die sich vor den Augen des Zuschauers im Theater immer wieder abspielen können, aufschauen zu dem, was ein großer Teil der heutigen Menschheit noch immer als das Höchste aller geschichtlichen Entwicklung empfindet, wenn wir aufschauen zu dem Ereignis, das unsere Zeitrechnung in zwei Teile teilt, zu dem Ereignisse der Erlösung durch den Christus Jesus, dann kann es uns auffallen, daß eine der größten Erhebungen, eine der größten Erbauungen und Siegeshoffnungen, die jemals im Herzen der Menschen Platz gegriffen haben, aus dem weltgeschichtlichen Anblick des Leides entsprossen ist. Die großen, bedeutsamen und tief in das Menschenherz einschneidenden Empfindungen der christlichen Weltanschauung, jene Empfindungen, die für so viele Menschen Lebenshoffnung und Lebenskraft sind, die Gewißheit geben, daß es ein Ewiges, daß es einen Sieg über den Tod gibt, alle diese erbauenden und erhebenden Empfindungen entspringen aus der Anschauung eines universellen Leidens, eines Leidens, das die Unschuld trifft, eines Leidens, das durch keine Sünde der eigenen Persönlichkeit herbeigeführt worden ist.
So sehen wir auch hier ein Höchstes im Bewußtsein der Menschheit sich an das Leid anknüpfen. Und wenn wir so sehen, wie diese Dinge im kleineren und im größeren immer wieder in der Menschheit auftauchen, wie sie geradezu den elementaren Teil der ganzen menschlichen Natur und des ganzen menschlichen Bewußtseins bilden, dann muß es uns doch scheinen, als ob das Leiden irgendwie mit dem Höchsten im Menschen zusammenhänge.
#SE055-071 21:16
Nur ein Hinweis sollte das sein auf eine Grundempfindung der menschlichen Seele, die sich immer und immer wieder losringt, und die gleichsam wie ein großer Trost dasteht dafür, daß es Leiden gibt. Wenn wir uns nun noch feiner und intimer in das Menschenleben einleben, so können sich uns auch Erscheinungen vor die Seele stellen, die uns auf die Bedeutung des Leidens hinweisen. Wir werden hier symptomatisch auf eine solche Erscheinung hinweisen müssen, die vielleicht kaum damit zusammenzuhängen scheint, wenn wir uns jedoch intimer auf die menschliche Natur einlassen, werden wir sehen, daß auch diese Erscheinung auf die Bedeutung gewisser Seiten des Leides hinweisen wird.
Denken Sie noch einmal an das tragische Kunstwerk, das Trauerspiel, das nur entstehen kann, wenn sich des Dichters Seele weit, weit öffnet, aus sich herausgeht und lernt, fremdes Leid mitzuempfinden, fremdes Leid auf die eigene Seele abzulagern. Und nun vergleichen Sie diese Empfindung nicht etwa bloß mit dem Lustspiele - da werden wir keinen guten Vergleich herausbekommen -, sondern mit etwas, was in gewisser Weise auch zur. Kunst gehört: mit der Stimmung, aus der die Karikatur fließt, die vielleicht mit Spott und Hohn dasjenige im Zerrbilde zeigt, was in der Seele des anderen vorgeht und in die äußere Wirksamkeit tritt. Versuchen wir es, uns zwei Menschen vor die Seele hinzustellen, von denen der eine ein Ereignis oder einen Menschen tragisch ergreift, der andere als Karikatur erfaßt. Nicht ein bloßer Vergleich, nicht ein bloßes Bild ist es, wenn wir sagen, die Seele des tragischen Dichters und Künstlers erscheint uns, wie wenn sie aus sich herausginge und weiter und weiter würde. Was aber eröffnet sich ihr durch dieses Weiterwerden? Das Verständnis des anderen Menschen. Durch nichts versteht man das Leben des anderen mehr, als wenn man seinen Schmerz auf die eigene
#SE055-072 21:18
Seele ablagern läßt. Was muß man aber tun, wenn man karikieren will? Man darf nicht eingehen auf das, was die andere Seele fühlt, man muß sich über sie stellen, sie von sich weisen, und dieses Vonsichweisen ist die Grundlage des Zerrbildes. Niemand wird leugnen, daß, ebenso wie uns durch das tragische Mitleid die andere Persönlichkeit tief verständlich wird, durch die Karikatur dasjenige vor uns auftritt, was in der Seele der eigenen Persönlichkeit des Karikierenden lebt. Viel mehr lernen wir die Überlegenheit, den Witz, das Anschauungsvermögen, die Phantasie des Karikierenden kennen als den, der karikiert wird.
Haben wir so aus gewissen Symptomen heraus anschaulich gemacht, daß das Leid doch mit etwas Tiefem in der Menschennatur zusammenhängt, so dürfen wir hoffen, daß durch ein Begreifen des eigentlichen Wesens der Menschennatur uns auch Schmerz und Leid in ihrem Ursprung klar werden können.
Die Geisteswissenschaft, die wir hier zu vertreten haben, geht davon aus, daß alles Dasein um uns herum seinen Ursprung aus dem Geiste genommen hat. Eine mehr materialistische Anschauung sieht den Geist nur da, wo er wie eine Krone der sinnlichen Schöpfung erscheint, wie eine Blüte, die sich aus der Wurzel des materiellen Daseins heraushebt. Diese letztere Anschauung sieht rings um sich das materielle Dasein, die physische Körperwelt sich herauf-organisieren innerhalb der lebenden Wesen, sie sieht das Bewußtsein, die Empfindung entspringen, sieht Lust und Leid innerhalb des Lebens hervorgehen und den Geist aus der Körperlichkeit heraus sich erheben.
Wenn wir so das Leben rings um uns betrachten, so ist auch für die wahre Geistesforschung der Geist, wie er uns in der sinnlichen Welt entgegentritt, zunächst ein Ergebnis der physischen Natur, aus welcher er heraussprießt.
#SE055-073 21:20
In den zwei letzten Vorträgen wurde dargestellt, wie wir uns im Sinne der Geistesforschung den ganzen Menschen, den physischen oder leiblichen, den seelischen und den geistigen Menschen vorzustellen haben. Das, was wir mit Augen sehen, mit den Sinnen äußerlich wahrnehmen können, das, was der Materialismus als das einzige Wesen der Natur betrachtet, ist der Geistesforschung nichts anderes als das erste Glied der menschlichen Wesenheit: der physische Leib. Wir wissen, daß dieser in bezug auf seine Stoffe und Gesetze dem Menschen mit der ganzen übrigen leblosen Welt gemeinsam ist. Wir wissen aber auch, daß dieser physische Körper aufgerufen wird zum Leben durch das, was wir den sogenannten Äther- oder Lebensleib nennen; und wir wissen dies, weil für die geistige Forschung dieser Lebensleib nicht eine Spekulation, sondern eine Wirklichkeit ist, die erschaut werden kann, wenn der Mensch die höheren Sinne, die in ihm schlummern, in sich eröffnet hat. Wir betrachten den zweiten Teil der menschlichen Wesenheit, den Atherleib, als etwas, was der Mensch gemeinschaftlich hat mit der übrigen Pflanzenwelt. Als das dritte Glied der menschlichen Wesenheit betrachten wir den Astral­leib, den Träger von Lust und Unlust, von Begierde und Leidenschaft, den der Mensch mit der Tierheit gemeinsam hat. Und dann sehen wir, daß des Menschen Selbstbewußtsein, die Möglichkeit, zu sich « Ich» zu sagen, die Krone der Menschennatur ist, die er mit keinem anderen Wesen gemeinsam hat; daß dieses Ich als die Blüte der drei Leiber, des physischen, Ather- und Astralleibes hervorgeht. So sehen wir einen Zusammenhang dieser vier Glieder, auf welchen die Geistesforschung immer hingewiesen hat. Die pythagoräische Vierheit ist nichts anderes als diese Vierheit:
physischer Leib, Atherleib, Astralleib und Ich. Diejenigen, die sich tiefer mit Theosophie beschäftigt haben, wissen, daß
#SE055-074 21:25
dieses Ich aus sich selber herausarbeitet, was wir das Geistselbst oder Manas, den Lebensgeist oder Buddhi und den eigentlichen Geistmenschen oder Atma nennen.
Das sei noch einmal vor Sie hingestellt, damit wir uns in richtiger Weise orientieren können. Dem Geistesforscher erscheint also der Mensch als ein viergliedriges Wesen. Nun kommt der Punkt, wo sich die wahre Geistesforschung, die mit den Augen des Geistes hinter die Wesenheiten sieht, die eindringt in die tiefen Gründe des Daseins, tief unterscheidet von einer rein äußerlichen Betrachtungsweise der Dinge. Zwar sagen wir auch, so wie der Mensch jetzt vor uns steht, müssen chemische und physikalische Gesetze die Grundlage des Leibes, des Lebens, die Grundlage der Empfindung, des Bewußtseins, die Grundlage des Selbstbewußtseins werden. Wenn wir aber geisteswissenschaftlich auf das Wesen eingehen, stellt sich uns die Sache gerade umgekehrt dar. Was sich uns im Sinne der Erscheinung als das Letzte darstellt, das Bewußtsein, das sich heraushebt aus dem physischen Leib, das erscheint uns als das ursprünglich Schöpferische. Auf dem Grunde von allem erblicken wir den bewußten Geist, und deshalb erkennt der Geistesforscher, wie unsinnig die Frage ist: woher kommt der Geist? Das kann nie die Frage sein; es kann lediglich gefragt werden: woher kommt die Materie? Die Materie aber ist für die Geistesforschung aus dem Geiste entsprungen, ist nichts als verdichteter Geist.
Ein Gleichnis: Denken Sie sich ein Gefäß mit Wasser. Dieses Wasser denken Sie sich in einem seiner Teile abgekühlt, bis es zu Eis erstarrt. Was ist nun das Eis? Eis ist Wasser, Wasser in anderer Form, in festem Zustande. So sieht der Geistesforscher auch die Materie an. Wie das Wasser sich zum Eis verhält, so verhält sich der Geist zur Materie. Wie das Eis nichts anderes ist als ein Ergebnis des
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Wassers, so ist die Materie nichts anderes als ein Ergebnis des Geistes, und wie Eis wieder zu Wasser werden kann, so kann der Geist wieder seinen Ursprung nehmen aus der Materie, kann wieder aus der Materie hervorgehen oder umgekehrt, die Materie kann sich wieder in Geist auflösen.
So sehen wir einen ewigen Kreislauf des Geistes. Wir sehen den Geist, der das ganze Universum durchflutet, wir sehen aus ihm heraus die materiellen Wesenheiten entstehen, die sich verdichten, und wir sehen wieder auf der anderen Seite Wesenheiten, die das Feste wieder verflüchtigen. In allem, was uns heute als Materielles umgibt, ist etwas, in das der Geist hineingeflossen und darin erstarrt ist. So sehen wir in jeglichem materiellen Wesen erstarrten Geist. So wie wir dem Eise nur die nötige Wärme zuzuführen brauchen, um wieder Wasser entstehen zu lassen, so brauchen wir den Wesen um uns herum nur den nötigen Geist zuzuführen, um in ihnen den Geist erstehen zu lassen. Wir sprechen von einer Wiedergeburt des Geistes, der in die Materie hineingeflossen und darin erstarrt ist. So erscheint uns auch der astralische Leib - der Träger. von Lust und Unlust, Begierde und Leidenschaft - nicht als etwas, was aus dem physischen Dasein hervorgehen konnte, sondern als dasselbe Element, das in uns auflebt als bewußter Geist, wie das, was uns erscheint als das die ganze Welt durchflutende Element, welches - durch einen Prozeß des mensch­lichen Lebens - wieder aus der Materie erlöst wird. Das, was als Letztes erscheint, ist zu gleicher Zeit das Erste. Es hat den physischen Leib und ebenso den Ätherleib hervorgebracht und erscheint, wenn beide in ihrer Entwicklung auf einer gewissen Höhe angelangt sind, aus ihnen heraus aufs neue geboren.
So sieht die Geistesforschung die Dinge an. Nun erscheinen uns diese drei Glieder - Worte sollen uns nur zur Klärung
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dienen - unter drei bestimmten Namen am allerbesten. Die Materie nehmen wir wahr in gewisser Form, sie erscheint uns in der Außenwelt in bestimmter Weise. Wir sprechen von der Form, von der Gestalt der Materie und von dem Leben, das in der Gestalt erscheint, und endlich von dem Bewußtsein, das innerhalb des Lebens erscheint. So sprechen wir, wie von den drei Stufen: physischer Leib, Ätherleib und Astralleib, auch von den drei Stufen: Form, Leben und Bewußtsein. In dem Bewußtsein entspringt erst das Selbstbewußtsein. Das soll uns indessen heute nicht beschäftigen, mehr das nächste Mal.
Seit jeher und auch besonders in unserer Zeit hat man viel darüber nachgedacht, was das Leben eigentlich bedeutet, was der Ursprung und der Sinn des Lebens sei. Wenige Anhaltspunkte hat die heutige Naturwissenschaft über die Bedeutung des Lebens und über sein Wesen erkunden können. Aber eines hat sich diese neue Naturwissenschaft schon seit längerer Zeit zu eigen gemacht, was auch die Geistesforschung immer wieder als ihre Überzeugung und ihre Erkenntnis ausgesprochen hat, nämlich: Leben innerhalb der physischen Welt unterscheidet sich stofflich von dem sogenannten Nichtleben, dem Leblosen, im Grunde nur durch die Mannigfaltigkeit und Kompliziertheit der Gestaltung. Nur da kann das Leben wohnen, wo eine viel kompliziertere Gestaltung der Stoffe eintritt, als sie im Gebiete des Leblosen vorhanden ist. Sie wissen vielleicht, daß das Leben zu seiner Grund-substanz etwas hat, was man als eiweißartige Substanz bezeichnen könnte, für die der Ausdruck «lebendiges Eiweiß» nicht unangebracht wäre. Dieses lebendige Eiweiß unter­scheidet sich vom toten leblosen Eiweiß ganz beträchtlich durch eine Eigenschaft. Lebendiges Eiweiß zerfällt nämlich sogleich, wenn es vom Leben verlassen ist. Totes Eiweiß, zum Beispiel das vom toten Hühnerei, können Sie nicht längere
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Zeit in dem Zustande erhalten, in dem es ist. Das ist überhaupt die Eigenart der lebendigen Substanz, daß in dem Augenblick, wo das Leben von ihr gewichen ist, sie ihre Teile nicht mehr zusammenhalten kann. Wenn wir uns auch heute nicht weiter auf das Wesen des Lebens einlassen können, so kann uns doch schon eine Erscheinung hinweisen auf etwas, was tief mit dem Leben zusammenhängt und es charakterisiert. Und was ist nun dieses Charakteristische? Es ist eben diese Eigenschaft der lebendigen Substanz, daß sie zerfällt, wenn das Leben aus ihr gewichen ist. Denken Sie sich eine Substanz vom Leben entblößt: sie zerfällt; denken Sie sich eine stoffliche Mannigfaltigkeit, die nicht von Leben durchdrungen ist: sie hat die Eigenschaft, zu zerfallen. Was tut nun das Leben? Es stellt sich immer und immer wieder dem Zerfall entgegen; also das Leben erhält. Das ist das Verjüngende des Lebens, daß es sich dem, was in seiner Materie vorgehen würde, immer wieder widersetzt. Leben in der Substanz heißt: Widerstand gegen den Zerfall. Vergleichen Sie den äußeren Vorgang des Todes mit dem Leben, und es wird Ihnen klar sein, daß das Leben alles das nicht zeigt, was den Vorgang des Todes, das In-sich-selbst-Zerfallen, charakterisiert, sondern daß es vielmehr die Substanz immer wieder vor dem Zerfall errettet, sich ihrem Zerfall entgegenstellt. So ist das Leben, indem es die in sich selbst zerfallende Substanz wieder erneuert, die Grundlage des physischen Daseins und des Bewußtseins.
Nicht eine bloße Worterklärung haben wir damit gegeben. Eine Worterklärung wäre es, wenn sich das, was sie bedeutet, nicht fortwährend zutragen würde. Sie brauchen aber nur eine lebendige Substanz zu betrachten, so werden Sie finden, daß sie fortwährend von außen Stoff aufnimmt, sich ihn einverleibt, indes Teile von ihr vernichtet werden:
ein Prozeß, durch den das Leben fortwährend der Vernichtung
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entgegenarbeitet. Wir haben es also mit einer Wirklichkeit zu tun.
Alte Materie absondern und neue wieder bilden, das ist Leben. Leben ist aber noch nicht Empfindung und noch nicht Bewußtsein. Es ist eine kindliche Vorstellungsart mancher Wissenschaftler, die sie den Begriff der Empfindung so wenig richtig fassen läßt, daß sie der Pflanze, der wir Leben zuschreiben müssen, auch Empfindung beimessen. Wenn man das sagt, weil manche Pflanzen Blätter und Blüten auf einen äußeren Reiz hin schließen, wie wenn sie diesen Reiz empfinden würden, so könnte man auch sagen, das blaue Lackmuspapier, das durch äußeren Reiz gerötet wird, habe Empfindung. Auch chemischen Substanzen könnten wir dann Empfindung zuschreiben, weil sie auf gewisse Einflüsse reagieren. Das genügt aber nicht. Soll Empfindung konstatiert werden, so muß sich der Reiz im Innern spiegeln. Erst dann können wir von dem ersten Element des Bewußtseins, von der Empfindung sprechen. Und was ist dieses erste Element des Bewußtseins? Wenn wir uns in der Welterforschung auf die nächsthöhere Stufe erheben und das Wesen des Bewußtseins zu erfassen suchen, so werden wir es zwar nicht gleich erkennen, aber es doch ein wenig in der Seele leuchten spüren, ebenso wie wir auch das Wesen des Lebens ein wenig erklären konnten. Wo Leben ist, kann allein Bewußtsein entstehen, nur aus dem Leben heraus kann Bewußtsein entspringen. Entspringt das Leben aus der scheinbar leblosen Materie, indem die Zusammenset­zung der Materie so kompliziert wird, daß sie sich selbst nicht erhalten kann und vom Leben ergriffen werden muß, um ihren Zerfall fortwährend zu verhindern, so erscheint uns das Bewußtsein innerhalb des Lebens als etwas Höheres. Da, wo das Leben fortwährend als Leben vernichtet wird, wo fortwährend ein Wesen hart an der Grenze
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zwischen Leben und Tod steht, wo fortwährend das Leben wieder aus der lebendigen Substanz zu verschwinden droht, da entsteht das Bewußtsein. Und wie zuerst die Substanz zerfallen ist, wenn das Leben sie nicht bewohnte, so scheint uns jetzt das Leben zu zerfallen, wenn nicht als neues Prinzip das Bewußtsein hinzuträte. Das Bewußtsein kann nicht anders begriffen werden als indem wir sagen: so wie das Leben dazu da ist, gewisse Vorgänge zu erneuern, deren Fehlen den Zerfall der Materie herbeiführen würde, so ist das Bewußtsein dazu da, das Leben, das sich sonst auflösen würde, immer wieder zu erneuern.
Nicht jedes Leben kann sich auf diese Weise innerlich immerfort erneuern. Es muß auf einer höheren Stufe angekommen sein, wenn es sich aus sich selbst erneuern soll. Nur dasjenige Leben kann zum Bewußtsein erwachen, welches in sich selbst so stark ist, daß es fortwährend den Tod in sich verträgt. Oder gibt es ein solches Leben nicht, das in jedem Augenblick den Tod in sich selbst hat? Sie brauchen nur das Menschenleben anzusehen und sich zu erinnern an das, was im letzten Vortrage unter dem Titel «Blut ist ein ganz besonderer Saft» gesagt worden ist. Aus dem Blute erneuert sich fortwährend das menschliche Leben, und ein geistvoller deutscher Seelenkundiger hat gesagt, im Blute hat der Mensch einen Doppelgänger, aus dem er fortwährend Kraft zieht. Aber auch eine andere Kraft hat das Blut noch: es erzeugt fortwährend aus sich selbst den Tod. Wenn das Blut die lebenerweckenden Stoffe an die Körperorgane abgesetzt hat, dann führt es die lebenzerstörenden Kräfte wieder herauf zum Herzen und in die Lungen. Was in die Lungen zurückfließt, ist für das Leben Gift, ist das, was das Leben fortwährend ersterben macht.
Wenn ein Wesen dem Zerfall entgegenarbeitet, dann ist es ein lebendiges Wesen. Ist es imstande, in sich selbst den
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Tod erstehen zu lassen und diesen Tod fortwährend zum Leben umzuwandeln, dann entsteht Bewußtsein. Das Bewußtsein ist die stärkste von allen Kräften, die uns entgegentreten. Bewußtsein oder bewußter Geist ist diejenige Kraft, welche ewig aus dem Tode, der inmitten des Lebens erzeugt werden muß, das Leben wieder erstehen läßt. Leben ist ein Prozeß, der es zu tun hat mit einer Außenwelt und einer Innenwelt; Bewußtsein aber ist ein Prozeß, der es nur mit einer Innenwelt zu tun hat. Eine Substanz, die nach außen hin sterben kann, kann nicht bewußt werden. Bewußt kann nur eine solche Substanz sein, die in ihrem eigenen Mittelpunkt den Tod erzeugt und überwindet. So ist der Tod - wie ein deutscher geistvoller Theosoph gesagt hat - nicht nur die Wurzel des Lebens, sondern auch die Wurzel des Bewußtseins.
Wenn wir diesen Zusammenhang begriffen haben, dann brauchen wir nur mit offenen Augen die Erscheinungen anzusehen, und der Schmerz wird uns begreiflich erscheinen. Alles das, womit das Bewußtsein beginnt, ist ursprünglich Schmerz. Wenn das Leben sich nach außen öffnet, wenn einer lebendigen Wesenheit Licht, Luft, Hitze, Kälte entgegentreten, dann wirken diese äußeren Elemente zunächst auf das lebendige Wesen. Solange diese Elemente aber nur auf dieses lebendige Wesen wirken, solange sie von diesem lebendigen Wesen aufgenommen werden, wie sie von der Pflanze als Träger von inneren Lebensvorgängen aufgenommen werden, solange entsteht kein Bewußtsein. Bewußtsein entsteht erst dann, wenn diese äußeren Elemente in Widerspruch treten mit dem inneren Leben, wenn eine Zerstörung stattfindet. Aus der Zerstörung des Lebens muß das Bewußtsein erfließen. Ohne teilweisen Tod wird ein Lichtstrahl in ein lebendiges Wesen nicht eindringen können, wird in dem lebendigen Wesen nie der Vorgang angeregt
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werden können, aus dem das Bewußtsein entspringt. Wenn aber das Licht in die Oberfläche des Lebens eindringt, dann eine teilweise Verwüstung anrichtet, die inneren Stoffe und Kräfte niederreißt, dann entsteht jener geheimnisvolle Vorgang, der sich überall in der Außenwelt in ganz bestimmter Weise abspielt. Stellen Sie sich vor: Die intelligenten Kräfte der Welt wären zu einer Höhe emporgestie­gen, daß das äußere Licht und die äußere Luft ihnen fremd geworden wären. Nur eine Zeitlang blieben sie mit ihnen in Einklang, dann vervollkommneten sie sich selbst, wodurch ein Widerspruch entstand. Könnten Sie mit den Augen des Geistes diesen Vorgang verfolgen, so könnten Sie sehen, wie da, wo sich in einfache Wesen ein Lichtstrahl eindrängt, die Haut etwas umgestaltet wird und ein winziges Auge entsteht. Was ist es nun, was da in der Materie zuerst aufdämmert? In was drückt sich diese feine Zerstörung aus, denn eine Zerstörung ist es, was dabei vor sich geht? Es ist der Schmerz, der nichts als ein Ausdruck für diese Zerstörung ist. Überall, wo das Leben der äußeren Natur entgegentritt, findet Zerstörung statt, die, wenn sie größer wird, selbst den Tod hervorbringt. Aus dem Schmerz wird das Bewußtsein geboren. Derselbe Prozeß, der Ihr Auge geschaffen hat, wäre ein Zerstörungsprozeß geworden, wenn er an dem Wesen, das sich in dem menschlichen Wesen heraufentwickelt hat, überhand genommen hätte. So hat er aber nur einen kleinen Teil ergriffen, wodurch er aus der Zerstörung, aus dem partiellen Tod heraus jene Spiegelung der Außenwelt schaffen konnte, die man das Bewußtsein nennt. Das Bewußtsein innerhalb der Materie wird also aus dem Leide, aus dem Schmerz geboren.
Wenn wir diesen Zusammenhang zwischen Leid und Schmerz und dem bewußten Geist, der uns umgibt, einsehen, dann verstehen wir wohl auch ein Wort eines christlichen
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Eingeweihten, der solche Dinge gründlich intuitiv wußte und auf dem Grunde von allem bewußten Leben den Schmerz sah, das Wort: «In aller Natur seufzet jede Kreatur in Schmerzen, erwartungsvoll, die Gotteskindschaft zu erlangen.» Das finden Sie im 8. Kapitel des Paulus, als eine wunderbare Ausprägung dieser Grundlage des Bewußtseins im Schmerz. So kann man es auch verstehen, wie bedeu­tende, sinnige Menschen dem Schmerze eine so große, umfassende Rolle zugeschrieben haben. Nur ein Beispiel möchte ich hier anführen. Ein großer deutscher Philosoph sagt, wenn man die ganze Natur um sich herum ansieht, so erscheint einem überall auf ihrem Antlitz der Schmerz, das Leid ausgedrückt, ja, wenn man die höheren Tiere ansieht, so zeigen sie dem tiefer Blickenden einen leidensvollen Ausdruck. Und wer wollte nicht zugeben, daß manche Tier­physiognomie aussieht wie der Ausdruck eines tief verhaltenen Schmerzes? Wenn wir die Sache so ansehen, wie wir das eben angedeutet haben, dann sehen wir die Entstehung des Bewußtseins aus dem Schmerze, so daß das Wesen, das aus der Zerstörung heraus Bewußtsein bildet, aus dem Verfall des Lebens heraus ein Höheres erstehen läßt, aus dem Tode heraus fortwährend sich selbst erschafft. Wenn das Lebendige nicht leiden könnte, niemals könnte das Bewußt­sein entstehen. Wenn der Tod nicht in der Welt wäre, niemals könnte in der sichtbaren Welt der Geist existieren. Das ist die Stärke des Geistes, daß er die Zerstörung in etwas noch Höheres, als das Leben ist, umschafft und so mitten im Leben ein Höheres, ein Bewußtsein bildet. Immer weiter und weiter sehen wir dann die verschiedenen Schmerzerlehnisse zu den Organen des Bewußtseins sich entwickeln. Man sieht es schon bei den Tieren, die zur Abwehr nach außen nur ein Reflexbewußtsein haben, ähnlich wie der Mensch, wenn Gefahr für das Auge besteht, dasselbe
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schließt. Wenn die Reflexbewegung nicht mehr genügt, das innere Leben zu schonen, wenn der Reiz (il fascino) zu stark wird, so erhebt sich die innere Widerstandskraft und gebiert die Sinne, die Empfindung, Auge und Ohr. Sie wissen vielleicht aus mancher unliebsamen Erfahrung heraus, vielleicht auch instinktiv, daß die Sache so ist. Ja, Sie wissen aus einer höheren Stufe Ihres Bewußtseins ganz genau, daß das, was jetzt gesagt worden ist, eine Wahrheit ist. Ein Beispiel wird die Sache noch verdeutlichen. Wann fühlen Sie gewisse innere Organe Ihres Organismus? Sie gehen durchs Leben und fühlen weder Ihren Magen, noch Ihre Leber, noch Ihre Lunge, Sie fühlen keines Ihrer Organe, solange sie gesund sind. Sie fühlen sie nur dann, wenn sie Sie schmerzen, und Sie wissen eigentlich erst, daß Sie dieses oder jenes Organ haben, wenn es Sie schmerzt, wenn Sie empfinden, daß da etwas nicht in Ordnung ist, daß ein Zerstörungs­prozeß beginnt.
Wenn wir dieses Beispiel, diese Erklärung nehmen, dann sehen wir, daß aus dem Schmerz fortwährend bewußtes Leben geboren wird. Tritt der Schmerz zum Leben, so gebiert er die Empfindung und das Bewußtsein. Dieses Gebären, dieses Hervorbringen eines Höheren, spiegelt sich wiederum im Bewußtsein als die Lust, und es gab nie eine Lust, ohne daß es vorher einen Schmerz gegeben hätte. Unten in dem Leben, das sich eben aus der physischen Materie heraus erhebt, gibt es noch keine Lust. Wenn aber der Schmerz Bewußtsein hat erstehen lassen und als Bewußtsein schöpferisch weiterwirkt, dann ist diese Schöpfung auf einer höheren Stufe und drückt sich im Gefühle der Lust aus. Dem Schaffen liegt die Lust zugrunde. Lust kann nur da sein, wo innerliches oder äußerliches Schaffen möglich ist. Irgendwie liegt einer jeden Lust das Schaffen zugrunde, wie jeder Unlust die Notwendigkeit des Schaffens zugrunde
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liegt. Nehmen Sie etwas, was auf niederer Stufe das Leid charakterisieren kann, zum Beispiel das Gefühl des Hungers, der das Leben zerstören kann. Dem treten Sie mit der Nahrung entgegen. Die Nahrungsaufnahme wird zum Genuß, weil die Nahrung in der Lage ist, in eine Lebenssteigerung, in eine Lebensproduktion überzugehen. So sehen Sie, daß auf Grundlage des Schmerzes höheres Schaffen, Lust entsteht. Eher als die Lust ist also das Leid. Daher kann auch die Philosophie Schopenhauers und die Eduard von Hartmanns mit Recht sagen, daß das Leid eine allgemeine Lebensempfindung sei. Sie gehen aber nicht tief genug auf den Ursprung des Leides zurück, kommen nicht auf den Punkt, wo sich das Leid zu etwas Höherem entwickeln soll. Der Ursprung des Leides wird da gefunden, wo aus dem Leben Bewußtsein entsteht, wo Geist aus dem Leben herausgeboren wird.
So können wir jetzt auch begreifen, was dem Menschen in der Seele dämmert von dem Zusammenhang zwischen Leid und Schmerz und Erkenntnis und Bewußtsein, so konnten wir noch nachweisen, wie aus Schmerz und Leid ein Edleres, Vollkommeneres herausgeboren wird.
Diejenigen, welche meine Vorträge öfter gehört haben, werden sich auf die Hinweise entsinnen, daß es etwas gibt wie eine Einweihung, wobei ein höheres Bewußtsein vorhanden ist und wobei der Mensch sich von den sinnlichen Dingen zu der Anschauung einer geistigen Welt erhebt, daß Kräfte und Fähigkeiten in der menschlichen Seele schlummern, die aus der Seele herausgeholt werden können wie die Sehkraft aus dem Blindgeborenen durch die Operation, daß dann gleichsam ein neuer Mensch ersteht, dem die ganze Welt auf höherer Stufe wie verwandelt erscheint. Wie dem Blindgeborenen nach der Operation, so erscheinen dem geistig Geborenen die Dinge in neuem Licht. Aber auch dies
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kann nur geschehen, indem derselbe Prozeß, der eben genannt worden ist, sich auf einer höheren Stufe wiederholt. Wenn das, was Sie beim Durchschnittsmenschen vereint finden, getrennt wird, wenn eine Art Zerstörungsprozeß in der niederen Menschennatur auftritt, dann kann dieses höhere Bewußtsein, dieses Schauen in der geistigen Welt, eintreten.
Drei Kräfte gibt es in der menschlichen Natur: Denken, Fühlen und Wollen. Diese drei Kräfte hängen an der physischen Menschenorganisation. Gewisse Willensakte treten auf, nachdem gewisse Denk- und Gefühlsvorgänge statt-gefunden haben. Der Organismus des Menschen muß in richtiger Weise funktionieren, wenn diese drei Kräfte zusammenstimmen sollen. Sind gewisse Leitungen unterbrochen, gewisse Teile erkrankt, dann herrscht keine richtige Harmonie zwischen Denken, Fühlen und Wollen. Der Mensch ist dadurch, daß die Organe des Wollens gelähmt sind, nicht imstande, seine Gedanken in Willensimpulse umzusetzen. Er ist schwach als Tatmensch, er kann zwar gut denken, aber sich nicht entschließen, einen Gedanken in Wirklichkeit umzusetzen. Eine andere Art ist die, wo der Mensch nicht imstande ist, seine Gefühle durch die Gedanken richtig lenken zu lassen, die Gefühle in Einklang mit den dahinterstehenden Gedanken zu bringen. Der Tobsüchtige (MANIACO) ist im Grunde nichts anderes.
Im Menschen der Gegenwart besteht eine Harmonie zwischen Denken, Fühlen und Wollen, in der befindet sich heute ein normal gebildeter Mensch, der einem Leidenden gegenüber in den richtigen Gefühls- und Willenszustand kommt. Dies ist alles richtig für gewisse Stufen der Entwicklung. Es ist aber zu beachten, daß sich diese Harmonie im Gegenwartsmenschen unbewußt herstellt. Soll der Mensch aber eingeweiht werden, soll er hineinsehen in die höheren
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Welten, dann müssen diese drei Glieder: Denken, Fühlen und Wollen, auseinandergerissen werden. Die Willens- und Gefühlsorgane müssen eine Scheidung erleiden. Der physische Organismus eines Eingeweihten ist daher auch anders als der eines Nichteingeweihten, wenn das die Anatomie auch noch nicht hat nachweisen können. Der Kontakt zwischen Denken, Fühlen und Wollen ist unterbrochen. Der Eingeweihte wäre imstande, irgend jemand tief leiden zu sehen, ohne daß sich ein Gefühl in ihm regte, kalt würde er stehenbleiben und es ansehen können. Und warum ist dies so? Es darf sich beim Eingeweihten nichts unbewußt inein­andergliedern, er ist aus Freiheit ein mitleidsvoller Mensch und nicht, weil ihn etwas Äußeres dazu zwingt. Das ist der Unterschied zwischen einem Eingeweihten und einem Nicht-eingeweihten. Ein solches höheres Bewußtsein schafft gleichsam eine höhere Substanz, und der Mensch zerfällt in einen Gefühls-, einen Willens- und einen Denkmenschen. Über diesen dreien kront dann erst der höhere, neugeborene Mensch, und von dieser Stufe eines höheren Bewußtseins aus werden dann jene drei in Einklang gebracht. Hier muß dann auch wieder der Tod, die Zerstörung eingreifen. Träte diese Zerstörung so ein, daß nicht zugleich auch ein neues Bewußtsein entsproßte, dann würde Wahnsinn entstehen. Wahnsinn würde also nichts anderes sein als der Zustand, in dem das menschliche Wesen zerschellt ist, ohne daß die höhere, bewußte Instanz geschaffen worden ist.
So tritt auch hier wieder ein Doppeltes ein: eine Art Zerstörungsprozeß des Niederen neben einem Entstehungs-prozeß des Höheren. Wie im Blute das Gift in den Venen und wie zwischen dem roten und blauen Blut das Bewußtsein im gewöhnlichen Menschen erzeugt wird, so wird in dem initiierten Menschen wieder in dem Zusammenwirken von Leben und Tod das höhere Bewußtsein im Inneren erzeugt,
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und die Seligkeit entspringt wiederum einer höheren Lust, dem Schaffen, das aus dem Tode hervorgeht.
Das ist es, was der Mensch ahnt, wenn er den geheimnisvollen Zusammenhang spürt zwischen Schmerz und Leid und dem Höchsten, das der Mensch erreichen kann. Deshalb läßt der tragische Dichter aus dem im Leide untergehenden Helden den Sieg des Lebens, das Bewußtsein von dem Siege des Ewigen über das Zeitliche hervorgehen. Deshalb sieht das Christentum mit Recht in dem Untergehen des Christus Jesus - seiner irdischen Natur nach - in Schmerz und Leid, in Qual und Elend den Sieg des ewigen Lebens über die zeitliche Vergänglichkeit. Deshalb auch wird unser Leben reicher, inhaltsvoller, wenn wir es erweitern können über dasjenige, was außerhalb unseres Selbstes liegt, wenn wir in dem Leben, das außerhalb unseres Selbstes ist, aufgehen können.
So wie wir aus dem Schmerz, der durch einen äußeren Lichtstrahl angeregt ist und durch uns als lebendige Wesen überwunden wird, ein höheres Bewußtsein schaffen, so wird, wenn wir die Leiden der anderen in unsere eigene, größere Bewußtseinswelt umwandeln, aus der Empfänglichkeit für das Leid der anderen ein Schaffen im Mitleid geboren. Und so entsteht endlich aus dem Leide auch die Liebe. Denn was ist die Liebe anderes, als sein Bewußtsein ausdehnen über andere Wesen? Wenn wir selbst soviel entbehren wollen, soviel ausgeben wollen, uns selbst soviel ärmer machen wollen, als wir dem anderen Wesen geben, und wenn wir imstande sind, geradeso wie die Haut, die den Lichtstrahl empfängt und aus ihrem Schmerz ein höhe­res Wesen, ein Auge zu bilden vermag, wenn wir imstande sind, aus der Verbreitung unseres Lebens über die anderen Leben ein höheres Leben zu saugen, dann wird in uns selbst, aus dem, was wir weggeben an das andere Wesen, die Liebe, das Mitfühlen mit allen Kreaturen geboren.
#SE055-088 22:16
Das liegt auch dem Ausspruche des griechischen Dichters zugrunde: Aus Leben ward Lehre, aus Lehre Erkenntnis. Hier berührt sich wiederum, wie im vorigen Vortrage schon gesagt, eine auf neuesten naturwissenschaftlichen Forschungen beruhende Erkenntnis mit den Resultaten der alten Geistesforschung. Immer hat die alte Geistesforschung gesagt, daß höchste Erkenntnis, höchste Lehre nur aus dem Leid hervorgehen kann. Wenn wir ein krankes Glied besitzen und Schmerz daran gelitten haben, so kennen wir dieses Glied am allerbesten; ebenso kennen wir das am besten, was wir in der eigenen Seele abgelagert haben. Es quillt aus dem eigenen Leid als dessen Frucht die Erkenntnis.
Dasselbe liegt auch dem Kreuzestod des Christus Jesus zugrunde, dem, wie aus der christlichen Anschauung hervorgeht, bald der sich in der Welt ausbreitende Heilige Geist folgte. Wir verstehen also jetzt das Hervorgehen des Heiligen Geistes aus dem Kreuzestod des Christus Jesus als einen Prozeß, auf den durch das Gleichnis vom Weizen-korn hingewiesen wird. Aus der Zerstörung muß die neue Frucht hervorgehen, und so wird auch aus der Zerstörung, aus den Schmerzen, die am Kreuze ertragen worden sind, der Geist, der sich am Pfingstfeste über die Apostel ergießt, geboren. Das wird im Johannes-Evangelium klar ausgesprochen, wenn gesagt ist: der Geist war noch nicht da, denn der Christus war noch nicht verklärt. Wer das Johannes-Evangelium tiefer. liest, der wird Bedeutungsvolles für sich daraus hervorgehen sehen.
Manchen wird man sagen hören können, daß er die Schmerzen nicht missen möchte, da sie ihm die Erkenntnis gebracht haben. Jeder Gestorbene kann Sie lehren, daß das wahr ist, was ich gesagt habe. Würde der Mensch den Kampf gegen die Zerstörung in sich bis zum wirklichen
#SE055-089 22:28
Tode führen, wenn nicht der Schmerz, wie ein Wächter des Lebens, fortwährend neben ihm stände? Der Schmerz macht uns aufmerksam darauf, daß wir gegen die Zerstörung des Lebens Vorkehrungen zu treffen haben. Aus dem Schmerze heraus schaffen wir neues Leben. In den Aufzeichnungen eines modernen Naturforschers über die Mimik des Denkers lesen wir, daß auf dem Antlitz des Denkers etwas liegt wie ein verhaltener Schmerz.
Wenn es sich mit der Erhebung, die aus der durch Schmerz erlangten Erkenntnis fließt, so verhält, wenn es also wahr ist, daß aus Leid Lehre entsteht, dann ist nicht mit Unrecht - wie wir das nächste Mal sehen werden - in der biblischen Schöpfungsurkunde die Erkenntnis des Guten und des Bösen mit den Leiden und Schmerzen in Zusammenhang gebracht. Deshalb ist auch von tiefer Blickenden mit Recht immer wieder betont worden, wie der Ursprung der Läuterung, die Erhöhung der menschlichen Natur, im Schmerz liegt, und wenn die theosophische Weltanschauung in dem großen Schicksalsgesetze, Karma, von den Leiden aus, die ein Mensch im gegenwärtigen Leben erleidet, hindeutet auf das, was er in früheren Leben gesündigt, ver­brochen hat, dann verstehen wir einen solchen Zusammenhang auch nur aus der tieferen Menschennatur heraus. Dasjenige, was im früheren Leben von uns in der Außenwelt vollführt wurde, verwandelt sich aus wilden in erhabene Kräfte. Die Sünde ist gleichsam wie ein Gift, das aber, wenn es in Substanz des Lebens verwandelt wird, sich zum Heilmittel gestaltet. So kann die Sünde wieder zur Kräftigung und Erhöhung des Menschen beitragen, und so stellen sich uns auch in der Erzählung von Hiob die Schmerzen und Leiden als eine Erhöhung der Erkenntnis und des Geistes dar.
Das sollte nur eine Skizze sein, die auf den Zusammenhang
#SE055-090 22:31
von irdischem Dasein und Leiden und Schmerzen hinweisen sollte. Sie sollte zeigen, wie wir den Sinn von Leiden und Schmerzen einsehen können, wenn wir sehen, wie sie erstarren, sich kristallisieren in physischen Dingen und Organismen bis zum Menschen, und wie durch ein Verflüssigen des Erstarrten der Geist bei uns wiedergeboren werden kann, wenn wir sehen, daß im Geist der Ursprung des Schmerzes, des Leides ist. Das, was uns der Geist gibt, ist Schönheit, Kraft und Weisheit, das verwandelte Bild der ursprünglichen Stätte des Schmerzes. Deshalb hat nicht mit Unrecht ein geistvoller Mann, Fabre d'Olivet, den Vergleich gebraucht, um das Höchste, Edelste, Geläutertste in der Menschennatur in seinem Hervorgehen aus dem Schmerz zu zeigen, daß das Hervorgehen von Weisheit und Schönheit aus dem Leid vergleichbar ist einem Vorgang draußen in der Natur, dem Geborenwerden der wertvollen, schönen Perle. Denn aus was wird sie geboren? Aus der Krankheit des Muscheltieres, aus der Zerstörung innerhalb der Perlmuschel. Wie die Schönheit der Perle geboren wird aus Krankheit und damit aus Leiden, so wird Erkenntnis, edle Menschennatur und geläuterter Menschensinn aus dem Leiden, aus dem Schmerz geboren.
So dürfen wir wohl im Einklang mit dem alten griechischen Dichter Äschylos sagen: Aus dem Leid entsteht Lehre, aus der Lehre Erkenntnis. Und ebenso wie in bezug auf vieles andere dürfen wir in bezug auf den Schmerz sagen, daß wir ihn erst dann erfaßt haben, wenn wir ihn erkennen nicht nur an sich selbst, sondern an dem, was aus ihm hervorgeht. Wie so manches andere wird auch der Schmerz nur an seinen Früchten erkannt.
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Oggi ho guadagnato 708 euro spirituali.